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Caso Riina, giustizia e clemenza. L’umanità dello Stato

Fare morire in pace Totò Riina lontano dalle sbarre di un carcere? La prima risposta dell’opinione pubblica, e ovviamente di chi è stato direttamente toccato dalla violenza omicida della mafia, è chiara e netta. Non ha avuto pietà per gli altri, nei suoi confronti va tenuto analogo comportamento. Che muoia con tutte le cure e le attenzioni del caso in carcere. E’ disumano sostenerlo? Si va contro il senso della giustizia, contro l’etica dello Stato, contro l’umanità della pena che deve essere sempre garantita? Il dibattito oscilla tra la sostanza degli ordinamenti e il cuore dei cittadini. Lo Stato non si può e non si deve vendicare del mafioso, deve considerare il rispetto delle leggi e tener conto delle conseguenze di un gesto liberale o restrittivo. Totò Riina non è reo confesso, non ha collaborato con la giustizia, non ha fornito notizie utili agli inquirenti, non si è pentito, non ha invocato clemenza. Tutto questo ha un peso, un valore, un significato? Certamente sì. E la discrezionalità di chi deve decidersi deve tenere in debito conto anche questi elementi. L’umanità dello Stato si misura con l’equità e la giustizia, con l’equilibrio. Niente spazio alla vendetta, naturalmente ma nemmeno alla pietà. Peraltro il boss è ed è rimasto un simbolo di quell’antistato che si contrappone allo stato di diritto, alle istituzioni, alla legalità. Inutile fingere di scandalizzarsi di fronte all’inchino degli abitanti del borgo calabrese di fronte al loro boss di riferimento appena arrestato dai carabinieri. Non è necessario decidere che Riina è ancora pericoloso per sé e per gli altri. Non servono alibi per scartare soluzioni di compromesso. I mafiosi gli avversari (e anche i figli innocenti degli avversari) li sciolgono tuttora nell’acido.

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