| categoria: Il Commento

IL FANTASMA DEL VENTENNIO E L’ISTERISMO DELLA SINISTRA

di Maurizio Del Maschio

In estate, si sa, diviene più difficile la caccia di notizie. Se non ce ne sono, si fabbricano e si pompano. Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto un istruttivo esempio. Esso riguarda la spiaggia chioggiotta denominata “Playa Punta Canna” che ha portato agli onori della cronaca il suo gestore indagato per apologia di fascismo. Da anni quella spiaggia è costellata di cartelli, scritti in modo grossolano e talvolta scurrile e offensivo, che invitano all’ordine, alla disciplina e alla pulizia usando un linguaggio nostalgico e immagini dell’epoca fascista. La spiaggia è molto frequentata e nessuno si era mai preso la briga di gridare allo scandalo. È bastato che la cosa fosse giunta a conoscenza di qualche solerte giornalista del quotidiano “La Repubblica” per farne un caso nazionale, per riaccendere la sacra guerra contro il fantasma del fascismo, per far divampare l’isterismo della sinistra. Bastava far rimuove i cartelli ritenuti più “scabrosi” e tutto finiva lì. Invece, si è scatenata una nuova ondata iconoclasta che non ha risparmiato neppure il Comune di Predappio, città natale di Benito Mussolini a conduzione sinistra, dove c’è un esempio importante di architettura “fascista” e dove si approfitta dei “pellegrinaggi” dei nostalgici per vendere souvenir e gadget che richiamano il ventennio fascista.
Il confine fra il perseguire tutto ciò che minaccia concretamente le istituzioni democratiche e la pubblica sicurezza e la deformazione o la cancellazione della memoria storica auspicando la distruzione di monumenti e architetture che, nel bene e nel male, sono un pezzo di storia di questo Paese, ormai è abbattuto. Il termine “fascista” come molti altri, nel tempo ha finito per allargare i propri significati. Esso non riguarda più solo chi è simpatizzante del fascismo o nostalgico del Ventennio, ma ormai comprende anche tutte le posizioni non allineate con il politicamente corretto, cioè con il pensiero “di sinistra”. Con questa accezione, “fascista” è pure il comunismo, ideologia peraltro molto più sanguinosa e tragica del fascismo, perché vuole imporre la sua ideologia a tutti violando un principio fondamentale di libertà di pensiero, una conquista liberale che sta alla base della nostra civiltà. Anziché proporre un’ennesima legge per rafforzare la difesa delle istituzioni democratiche (i presidi che sono nati con la costituzione sono già efficaci e sufficienti), è con la conoscenza e il confronto delle idee che si combattono i rischi di involuzione autoritaria. Senza contare che dovremmo abolire gran parte della legislazione e degli enti tuttora in funzione nati monarchici e fascisti poi divenuti repubblicani. Quello che viene presentato come un inasprimento delle norme contro l’apologia del fascismo è in realtà un pericoloso rigurgito illiberale. L’Italia si è già dotata di leggi per impedire la ricostituzione di un partito fascista e un’involuzione autoritaria. Ha già gli strumenti per vigilare che nostalgie o passioni restino confinate nella sfera privata. Invadere pure quella, sanzionando anche la mera circolazione o il possesso di documenti, foto e ridicoli gadget che richiamino al Ventennio, non solo è tecnicamente impossibile, ma costituisce l’anticamera di un regime dittatoriale. Se per fascismo intendiamo il pericolo di quel preciso periodo storico non ci sono le condizioni per un suo ritorno. Se per fascismo intendiamo un rigurgito di leggi illiberali, allora le proposte del cosiddetto Partito Democratico e dei suoi satelliti vanno su quella strada. Non sono le leggi che impediscono i crimini, ma l’educazione pubblica.
Oggi il problema che riguarda il fascismo perché non dovrebbe riguardare pure il comunismo? L’Occidente a lungo è stato alleato dell’Unione Sovietica di Iosif Vissarionovič Džugašvili più noto come Stalin, l’uomo d’acciaio a lungo idolatrato dal sinistri nostrani. Per questo abbiamo vie dedicate a Stalingrado, città che porta il nome di un sanguinario dittatore. Dovremo dimenticare e cancellare pure tutto ciò che riguarda il passato (e il presente) agghiacciante e tenebroso dei regimi comunisti? La Storia non si cancella. In Germania non sono stati cancellati tutti i segni del nazismo, così come non lo sono stati quelli del comunismo in Russia. Svastiche, falci e martelli nei due Paesi se ne vedono ancora su monumenti ed edifici. Perché da noi si dovrebbe radere al suolo tutto ciò che “turba” gli antifascisti militanti? Un simile desiderio non può che essere frutto di una profonda ignoranza o di un pervicace fanatismo. L’architettura razionalista che caratterizzò il ventennio fascista fu un esempio di avanguardia che mise l’Italia al vertice della architettura degli anni Venti e Trenta dello scorso secolo. La purezza e l’essenzialità delle linee fu adottata dal regime per favorire emblematicamente il desiderio di ordine, autorità e giustizia che non promanava solo dall’alto, ma pure dalla popolazione italiana, stanca di dilanianti conflitti esterni e interni. Dal nord al sud, la penisola è costellata di splendidi esempi di un’architettura pubblica sobria e pulita che trovò imitatori anche all’estero. C’è il sospetto che questa talebana offensiva antifascista sia funzionale solamente alla necessità di riaffermare l’identità della sinistra, a ricompattarla intorno al suo unico collante che ha funzionato per circa settant’anni: l’antifascismo. Con esso si tiene in piedi un cadavere, una sorta di mummia del nemico assoluto da parte di un gruppo che non sa vivere senza il sordo rancore verso qualcuno (Berlusconi, la destra, il populismo). Appena riesce ad indebolirli, ecco che bisogna rimettere in piedi l’eterno fascismo, l’“ur-fascismo” come lo chiamava Umberto Eco.
Paradossalmente, questo ennesimo rigurgito antifascista coincide con il centenario dalla Rivoluzione bolscevica. Sotto il profilo storico, il tema su cui riflettere quest’anno è il comunismo, la sua parabola, i suoi orrori, la stretta continuità politica tra Vladimir Ilič Uljanov “Lenin” e Stalin, il fallimento di tutti i comunismo in tutti i Paesi e in tutte le epoche in cui ha dominato, le sue residue tossicità rimaste in circolazione. Da noi si dovrebbe riflettere sul passaggio dal Partito Comunista al Partito Democratico, sul comunismo dei nostri anni. Invece il comunismo è completamente rimosso, confinato in un oblio che lo rende molto lontano da noi, salvo qualche reperto mitico, come Ernesto “Che” Guevara o come i nostri Antonio Gramsci e Giovanni Berlinguer.
Oggi non si distingue più tra il neofascismo politico, il folclore, la civetteria di esibire cimeli fascisti che non hanno alcuna rischiosa ricaduta politica, ma hanno soltanto un innocuo connotato sentimentale e commerciale. I veri nostalgici sono pochissimi e non esiste un imminente pericolo fascista che serpeggia nella nostra società. È solo una sorta di ingannevole leggenda metropolitana utile alla permanente mobilitazione antifascista di chi non sa vivere senza un nemico da combattere e abbattere. Certo è che se la sinistra continua mostrare la propria incapacità a risolvere i veri problemi, acuisce il sentimento di una sorta di inesistente età dell’oro, di un’epoca in cui l’Italia sarebbe stata più rispettata di oggi, di un benessere diffuso che oggi sembra affievolirsi, ma ciò non costituisce l’anticamera del ritorno al fascismo. Grazie al Cielo, mancano i presupposti socio-politici che possono farlo rinascere. Insomma, il pericolo sta nella sensazione che si stesse meglio quando si stava peggio. La politica deve evitare di esasperare l’elettorato se non vuole che rigurgiti nostalgici riemergano intermittentemente.

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