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VERSO LE REGIONALI/ 3 – E SE FOSSE LA LORENZIN?

DI GIULIO TERZI
Forse è arrivato il momento della Lorenzin. Piaccia o non piaccia il ministro della salute potrebbe giocare un ruolo cruciale nel futuro del Lazio e della Regione Lazio intesa come organo politico amministrativo. Un ruolo diretto. Il ragionamento, a spanne, e’ abbastanza semplice. Nel caos generale della politica italiana Beatrice si sta guardando intorno. La barca di Alfano scricchiola, non offre più garanzie. Prima o poi doveva accadere, ma sta accadendo probabilmente nel momento meno indicato. La Lorenzin non è una figura di sfondo come il sottosegretario Costa, è un pezzo da novanta del governo Gentiloni, occupa un ministero cruciale. E’ giovane, con un futuro politico tutto da sistemare. Si butterà definitivamente nelle braccia di Renzi, passerà al Pd armi e bagagli? Dicono che sia l’ipotesi più probabile. E qui si aprono degli scenari del possibile. Il Pd porterà a compimento questa legislatura senza scosse, ma domani? Sarà in grado di vincere le prossime elezioni? Il trend di queste settimane non è brillante, il clima è confuso. E se alla fine la rimonta del centrodestra fosse impetuosa come pare ipotizzabile registrando gli umori della gente? Beatrice Lorenzin deve valutare in fretta se giocare al raddoppio per conservare il posto da ministro della salute o sfruttare il suo potere per trovarsi un’altra poltrona di assoluto potere. Se si candidasse a governatore del Lazio farebbe un favore a se stessa (è il suo bacino elettorale) e a Renzi, togliendolo dall’imbarazzo di dover ripresentare il quasi fallimentare Zingaretti. E’ noto, la sanità occupa i tre quarti dell’attività regionale, significa budget da distribuire, risorse da amministrare, carriere da pilotare, posti di lavoro, malati e familiari di malati da accontentare. Insomma, un potere enorme. E il ministro della salute oggi ha piazzato uomini suoi ovunque nei gangli centrali del sistema sanitario nazionale e regionale, può fare e disfare a suo piacimento. Oggi e domani, naturalmente. Ma poi? Il conflitto latente tra Zingaretti e la Lorenzin va avanti da tempo, sorrisi e pugnalate alle spalle. E’ il momento di sciogliere il nodo. Sulla piazza capitolina di personaggi pesanti politicamente non ce ne sono. Nè in casa Pd né altrove. E il Partito Democratico non è più forte come un tempo, presentare figure di secondo piano, prive di appeal e di un seguito personale può essere pericoloso. L’esperienza fallimentare di Giachetti nella corsa per il Campidoglio è servita, difficile che Piazza del Nazareno possa mandare allo sbaraglio uno delle seconde file. Le scelte politiche spesso nascono dalla concomitanza degli interessi. Lorenzin potrebbe fare lo stesso gioco dalla parte avversa, per la verità. E’ nata e cresciuta con Berlusconi e il cavaliere non sa chi candidare. Altro che figure di sfondo, peggio. Ma il popolo di centro destra accetterebbe di votare una traditrice? La questione non viene nemmeno sollevata, ufficialmente, ma se se parla a più non posso nelle segrete stanze. Certo non si possono presentare Fazzone, Giro o altri di quella dimensione politica, gli imprenditori sollecitati da Berlusconi hanno fatto orecchie da mercante, grossi calibri capaci di catalizzare consensi in questo momento non ce ne sono. Resta la Meloni. Ma Salvini che ne pensa? Siamo nelle nebbie, si naviga a vista. La sinistra-sinistra tace, per ora. Alla fine qualcuno, tipo Fassina, avanzerà una candidatura di bandiera che consentirà in caso di ballottaggio di negoziare qualcosa. Per il resto buio pesto. Di programmi, ovviamente, è presto per parlare. E i grillini, prima forza nazionale secondo i sondaggi? Faranno i soliti giochi con la rete, giocheranno democraticamente alla caccia al candidato. Ma intronizzata da Grillo la Lombardi si muove già da presidente-ombra. Niente proclami né programmi, intendiamoci. Solo bastonate alla Raggi. Come sempre (3- Continua)

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