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SAN CAMILLO DEGLI EQUIVOCI/ Quelle strane voci sulla Stroke Unit

Quando un servizio salva-vita diventa un pacco postale
DI GIULIO TERZI
E’in pericolo la Stroke Unit del San Camillo? Voci incontrollate attraversano la direzione generale dell’Azienda Sanitaria di Monteverde – qualche dirigente si toglie un sassolino dalla scarpa – e rimbalza ai piani alti della Regione, dove le risposte sono sempre parziali e imbarazzate. Per ora è un buco nero, un muro di gomma alzato attorno ad una situazione confusa. Ma potrebbe diventare in fretta uno dei tanti “gialli”, delle follie consumate nella sanità laziale targata Zingaretti. Prendi una struttura che funziona, una task force di eccellenza che letteralmente salva vite umane e spostala, demansionala, avviliscila. Senza un dichiarato perché. E vedi l’effetto che fa. Sarà un bene, sarà un male per gli utenti? Ha poca importanza. Le logiche dei vertici, della cabina di regia spesso poco hanno a che fare con la logica sanitaria. E’ciò che sta per accadere alla stroke unit dell’Azienda Ospedaliera San Camillo. Per intenderci è l’unità operativa che prende in carico al Pronto Soccorso i pazienti colpiti da ictus, che li gestisce – nel caso specifico – con stupefacente professionalità e competenza e che con terapie tempestive ed efficaci impedisce che la patologia prenda il sopravvento e trasformi i soggetti in malati da riabilitare. L’operazione che vogliamo raccontare sta avvenendo sotto traccia, senza tanta pubblicità. Sono le peggiori. Tutto parte da un documento firmato dal direttore generale della sanità laziale Panella che il dg del San Camillo D’Alba ha accettato pare senza fare una piega. Non è necessario che si sappia che nella previsione strategica del nuovo piano sanitario aziendale l’Uosd Stroke Unit sarà assegnato – togliendolo dalla sua collocazione naturale, fisiologica – al Dipartimento Testa-Collo, al cui interno assieme a Neurochirurgia e Neuropsichiatria figurano discipline lontanissime dallo stroke come oculistica e otorino-laringoiatria. Difficilissimo risalire a chi effettivamente l’ha suggerita, ma non c’è dubbio alcuno che si tratti di una decisione imbarazzante, sconcertante. Buona forse solo per la logica di spartizione del potere che all’interno del San Camillo regna sovrana, indipendentemente dal colore delle giunte. C’è chi ricorda ancora con nostalgia quando venne creato un primariato bis di neurochirurgia – se ricordiamo bene – senza letti a disposizione per soddisfare le esigenze di qualcuno. Comunque in questo caso la situazione è chiara: l’Ictus cerebrale è una patologia di emergenza sanitaria la cui evoluzione dipende dalla rapidità dell’intervento e del trattamento nella fase acuta: fase nella quale la Stroke Unit costituisce l’elemento cardine del riferimento assistenziale. Proprio per questo le stroke Unit – anche quella del San Camillo ovviamente – sono inserite nei sistemi di rete dell’emergenza sanitaria regionale in stretto collegamento con il 118 al quale è demandata la responsabilità di far arrivare prima possibile il cittadino colpito da ictus o al Dea di riferimento dotato appunto di S.U. Il collegamento con il Pronto Soccorso è ovvio e previsto dalle linee guida nazionali: l’ictus deve essere trattato in ambito Dea dove lo specialista dell’equipe deve eseguire il trattamento relativo coordinandosi con gli altri operatori coinvolti. E se non bastasse c’è anche uno specifico decreto regionale che prevede la collocazione di questo vitale servizio in area che sia a stretto contatto con il Pronto Soccorso, area dotata di strumenti per il controllo dei parametri vitali e della funzionalità cardiaca. Ciò che oggi sia sotto il profilo logistico che tecnico effettivamente accade nell’ambito della famosa “piastra” del San Camillo. La stroke Unit del San Camillo (a questo livello ce ne sono solo altre quattro nel Lazio) è nata all’interno del Dea e ha sempre operato all’interno di tale Dipartimento – spiegano gli addetti ai lavori – arrivando all’obiettivo della attivazione di un percorso assistenziale che consente il trattamento trombolitico entro sessanta minuti, un tempo che viene considerato di eccellenza dalla World Stroke Organization. Ma c’è di più. La Direzione sanitaria dell’ospedale ha recentemente inserito nelle procedure standard per l’ictus delle modifiche sostanziali per ridurre ulteriormente i tempi di trattamento a 45 minuti. La sinergia con il Pronto Soccorso è fondamentale, il medico stroke viene attivato direttamente dal Triage, le provette di laboratorio vengono identificate come ictus, il codice di emergenza ictus viene inserito nella cartella, tutti elementi che facilitano, rendono rapido e armonioso il lavoro. Detto tutto questo l’allontanamento della Stroke Unit dal Dea e l’assegnazione al Dipartimento Testa-Collo che ha strategie e protocolli del tutto diversi non può che avvilire un’esperienza maturata e affinata con gli anni e ridurre l’efficacia dell’intervento che il San Camillo potrà offrire ai pazienti colpiti da ictus. Questo sul piano pratico, immediato. Volendo inquadrare la questione in un contesto più generale non si può non sottolineare come l’allontanamento del servizio dall’area dell’emergenza rappresenti una involuzione e un grosso punto interrogativo sulla capacità della Piastra di gestire le situazioni legate allo stroke. Senza contare, ma questo appare fin troppo evidente, che c’è una contraddizione rispetto a quanto previsto dagli indirizzi normativi regionali, nazionali e dagli interventi della direzione sanitaria. Ma quando mai ai vertici della Regione tutto questo è realmente interessato? Quali piccoli interessi di bottega nasconde questa operazione spacciata come razionalizzazione, come risparmio? C’è in ballo qualche posto in più o in meno o la gratificazione di qualche direttore di dipartimento? Già in passato il presidente di Alice (Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, potente in tutta Italia), ing. Binelli, aveva denunciato i problemi della stroke Unit, molto prima che questa alzata di ingegno destabilizzasse la situazione. “Malgrado i piani regionali prevedano una consistenza di almeno 8 posti letto per una struttura di questa tipologia – scriveva Binelli al Dg dell’epoca – ad oggi ne sono operativi solo 6 e per di più dislocati in maniera a dir poco bizzarra: in quanto lontani dal Pronto Soccorso e comunque non tutti raggruppati in uno stesso spazio fisico. Ciò è ancora più grave se si considera che la STROKE UNIT del S. Camillo è identificata dalla Regione Lazio come una delle 4 HUB di II livello della nostra regione, con il compito di coordinare gli interventi in una vasta area territoriale che arriva fino a Gaeta e che comprende circa 2,5 milioni di abitanti, con un bacino di utenza molto più ampio che in passato e quindi con la necessità di essere in condizioni di ricevere più malati e in condizioni anche più critiche perché provenienti da lontano.” Perfetto, stiamo andando in senso opposto a quello suggerito dalla logica dell’intervento sanitario e del buon senso. Qualcuno può intervenire? Il governatore Zingaretti può assumersi la responsabilità di mettere a rischio delle vite umane (suoi potenziali elettori) solo per aver consentito di smontare un giocattolo che funziona?

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