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A Monticchiello in scena il ‘mal Comune’

L’autodramma degli abitanti del borgo medioevale in Val d’Orcia

Sono 51 anni che in questo piccolissimo borgo medioevale, cinto di mura su un colle vicino a Pienza davanti ai paesaggi meravigliosi della Val d’Orcia, la gente del paese allestisce ogni estate un ”autodramma”, come lo definì a suo tempo Strehler, ovvero uno spettacolo teatrale ideato, scritto e interpretato collettivamente sotto la guida registica e drammaturgica di Andrea Cresti, con cui riflettono sul proprio passato contadino e sulle mutazioni della società d’oggi.

Quest’anno il lavoro del loro ”Teatro povero”, che si replica sino al 14 agosto e merita una gita, si intitola ”mal Comune” e per la prima volta ha un finale, se non di sconfitta totale, certo di perplessità e spaesamento su una crisi che sembra non aver fine e sui cambiamenti decisi dall’alto e che poi nell’applicazione sul campo creano situazioni umanamente drammatiche. Il tema è quello dell’accorpamento obbligatorio dei piccoli comuni di cui si discute negli ultimi anni, qui strumentalmente estremizzato perché il paradosso diventi evidente e serva al gioco teatrale: si dice che la legge prevede, ”per le frazioni che non abbiano il 3,78% degli abitanti del comune di riferimento, l’abolizione con tutte le abitazioni che passeranno di proprietà a un pool di banche, scelte tra quelle da risanare, che potranno ristrutturarle e utilizzarle come alberghi diffusi”, mentre gli abitanti saranno trasferiti in centri industriali abbandonati per ricostruire i propri ”luoghi dell’anima”.

Decisioni e percentuali sono i risultati di un apposito, astratto algoritmo, ma per gli abitanti di due borghi vicini è un dramma perché mancano a uno un’unità e all’altro lo 0,79 e quindi rischiano, tanto più che se, da una parte, c’è una ragazza incinta di tre gemelli (che tra l’altro verrà licenziata dal lavoro, perché al momento dell’assunzione le hanno fatto firmare una lettera all’uopo), dall’altra c’è un ospizio con ospiti anziani e molto malati. Iniziano riunioni collettive per decidere se accorparsi, come reagire, che escamotage trovare ma la gente è egoista e timorosa e un accordo non si trova. ”Come è sempre accaduto nella nostra storia”, commenta uno, ed ecco che entra in scena come un fantasma una contadina con un paniere con pane e un fiasco di vino e pian piano prende vita una riunione di quando fu abolita la mezzadria e i contadini dovevano cercar di formare una cooperativa per comprare in comune una serie di poderi da coltivare, e anche allora l’iniziativa naufragò. Il paragone col passato è un momento culminante e intenso di questi spettacoli in cui si rievoca e si recupera il linguaggio locale oggi perduto in cui i bambini sono ”pichini” e hanno ”ginocchi sbuccicati” e le donne esclamano ”son mica sciorna”.

La ragazza incinta e il suo compagno insistono con gli anziani a credere nella forza dei sogni, ma ogni volta tutte le iniziative finiscono in frantumi letteralmente, coi due giovani che seduti a terra cercano disperatamente di ricomporre i pezzi e alle loro spalle, delusi e sconfitti, i più, fatte le valigie, escono, se ne vanno, mentre l’Inno alla gioia europeo inizia e si interrompe gracchiando. Gli applausi sono subito tanti, calorosi e lunghi, ma anche sorpresi e perplessi per un’amarezza, per la sorpresa di una chiusura che sembra senza speranza, anche se i giovani son lì intenti al loro disperato puzzle. Questo paese contadino, quindi quasi disabitato per l’emigrazione in città, poi rinato, ripopolato e oggi meta turistica con negozi e ristoranti grazie al successo del loro far teatro, che ha avuto risonanza internazionale a suo tempo e ha aiutato tutti a riflettere, come guardandosi in uno specchio, ogni anno dava dalla scena un segno di speranza, di resistenza e impegno che oggi appare messo profondamente in crisi, oggi che a molti anziani sono succedute le giovani generazioni, evidentemente più deluse dal mondo. Quindi un lavoro, questo ”mal Comune” forte e di bel ritmo e compattezza teatrale, ma che lascerà il segno e fa pensare, il che non è poco, in questo paesaggio di colline coltivate, di filari di cipressi, di spettacolari tramonti di fuoco su cui si staglia, a guardarli dalla porta delle mura di Monticchiello, come ritagliato nel cartoncino, il profilo delle case e i campanili rinascimentali di Pienza.

Dietro tutto questo, comunque, oggi c’è un’organizzazione meno provvisoria di un tempo e durante l’anno per i poco più di cento abitanti stabili laboratori teatrali per i piccoli (e tre a turno vanno di sera in sera in scena a far da ”cittini”) e per gli adulti (e il ragazzo protagonista si è oggi iscritto al Dams) con la realizzazione di vari spettacoli invernali, specie attorno a Natale (gli ultimi sono stati ”La patente” di Pirandello e ”L’invenzione del cavallo” di Campanile) di cui è interessante parlare entrando in un bar o un negozio con chi vi ha partecipato. Assieme, e non è cosa da sottovalutare per la qualità dei sapori e tutto a km zero, sempre gli abitanti del borgo aprono la Taverna del Bronzone quando ci sono gli spettacoli, dove cucinano i piatti tradizionali, dai pici all’aglione ai ceci, dalla trippa al coniglio, usando l’olio e il vino di qui. E arrivare a Monticchiello oggi non è difficile, situato come è tra la magnifica Pienza costruita da Papa Pio II e la ricchezza nobiliare con i suoi palazzi di Montepulciano, ai cui piedi è lo stupendo e intatto tempio di San Biagio disegnato da Antonio da Sangallo agli inizi del Cinquecento. A Monticchiello, oltre la bellezza dell’abitato, stretta tra le case si apre la facciata, con un elegantissimo portale marmoreo e un bel rosone, della chiesa dei Santi Leonardo e Cristoforo, e poi c’è un piccolo museo della locale tradizione contadina e della storia del proprio far teatro

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