| categoria: editoriale

Informazione pericolosa, quando i giornali passano il limite

La massa dell’opinione pubblica con ogni probabilità non se ne è nemmeno accorta. Ma nei giorni scorsi sui media nazionali si è consumato l’ennesimo confronto-scontro sui modi di fare informazione nel nostro paese. Sullo sfondo – oggetto di strumentalizzazione nel bene e nel male la questione migranti, con le code velenose dello stupro di Rimini e della terribile morte per malaria della bambina di Trento. E’ accaduto che due testate, Libero e Il Tempo, abbiamo passato il segno, in prima pagina, nella titolazione e nel taglio dato alle vicende. E immediata è stata la reazione del giornalismo ortodosso, benpensante, politically correct. Evitiamo per carità di patria di scendere nei dettagli, obiettivamente imbarazzanti al di là di ogni ragionevole dubbio, andiamo alla sostanza. Verrebbe da condannare senza attenuanti Vittorio Feltri e la sua allegra brigata, segnata a vita da un atteggiamento irridente, controcorrente, goliardico, da caserma, nei confronti di quel che accade nella vita quotidiana, nella vita politica. La provocazione come unico verbo, che tradotta sul piano giornalistico significa enfatizzare fino all’estremo una parte della verità, fino a ridicolizzare il resto. Colpire allo stomaco il lettore, con espressioni forti, costringendolo a riflettere sulle ipocrisie del giornalismo benpensante. E se per fare questo è necessario superare i limiti e le regole della deontologia professionale, ebbene chissenefrega. Avanti lo stesso. Pagano i guastatori, i ribelli? Talvolta sì. Diffamazioni, tribunali, richiami dell’Ordine, sanzioni, espulsioni e via di seguito. Ma cambia poco nulla. Vittorio Feltri è diventato un mito e su questo ha costruito un suo ruolo pubblico che lo rende inattaccabile. Lo ha detto anche nei giorni scorsi, io sono il direttore editoriale, mica li autorizzo io i titoli. Però li condivido. Facciamo un passo di lato. I due giornali nel mirino sono dello stesso editore e sono governati dai discepoli del Feltri nazionale; feltriniani di nascita sono Belpietro, che segue il solco della provocazione con il suo giornale, e Sallusti, che pure dirigendo il giornale berlusconiano ha notevolmente e con intelligenza abbassato i toni senza modificare di una virgola l’atteggiamento di sfida e di provocazione. Gli epigoni del feltrismo hanno meno stile, non hanno un briciolo di classe. Ma bisogna farsene una ragione. Caserma è e caserma rimane. Resta il fatto che solleticare i bassi istinti della opinione pubblica ultramoderata e già esasperata per le difficoltà del vivere in Italia è obiettivamente molto pericoloso. Bisogna avere anche l’onestà intellettuale e il coraggio tuttavia di guardare anche dall’altra parte. Punto primo. C’è una opinione pubblica mediamente amorfa, che non reagisce alle provocazioni, che non sa nulla di questa polemica, a meno che non legga Libero/IlTempo/Il Giornale. E si tratterebbe di una fetta ampiamente minoritaria. Gli altri non sanno perché nessuno li informa. Perché, bisogna dirlo, questi argomenti non finiscono in televisione, non se ne dibatte, non se ne scrive nemmeno sui giornali cosiddetti benpensanti. Che anzi fanno di tutto per mettere la sordina a queste polemiche interne alla categoria. Sono i singoli giornalisti, i blog, le associazioni di categoria, il sindacato, la Federazione a picchiare duro, durissimo, scandalizzandosi e chiedendo punizioni divine. L’argomento in sostanza è confinato nei dibattiti sui social, nei circoli della stampa democratica, progressista, civile e politically correct. E lì resta. Ma giornalisti e giornali politically correct hanno l’esclusiva della verità, dicono sempre le cose giuste, pur nei termini di espressioni giornalistiche anglosassoni? E questo è un tema delicatissimo. Perché mediamente gli operatori dell’informazione si attribuiscono la responsabilità di giudicare e di condannare ma dimostrano spesso poca capacità di autocritica. Stiamo obiettivamente soffocando di informazione paludata ma ingessata, a senso unico, quasi sempre acritica, dove chi è fuori linea inevitabilmente sbaglia e dove invece è necessario essere allineati e coperti, difendere e criticare in base alle proprie appartenenze politiche o in base alle proprie legittime idee. E quante verità restano ai margini di questo modo di intendere la professione giornalistica? Questo non se lo chiede mai nessuno. Chi regge il gioco, chi orienta, ha una matrice politica, ideologica marcata? Tutti gli altri sbagliano. Purtroppo la reazione della controparte è affidata alle becere seconde linee di una informazione di minoranza. Che si sfoga, ride e provoca. Ma fa anche dei clamorosi autogol

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