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Catalogna caos, il Re condanna il referendum

3278499_2142_catalogna_felipe_1Catalogna, Re Felipe: «Intendiamo rispettare la costituzione»

È sempre altissima la tensione e massima l’incertezza in Catalogna all’indomani dello storico e contestato referendum di indipendenza stravinto dal “sì”. A mantenere incandescente il clima ha contribuito stasera il discorso alla nazione del re di Spagna Felipe VI contro il governo catalano, che ha accusato di «slealtà inaccettabile» e di «condotta irresponsabile», esortando il governo di Rajoy a restaurare «l’ordine costituzionale». Mentre Madrid e Barcellona studiano le prossime mosse nella spietata partita dell’indipendenza, oggi la Catalogna si è fermata per uno sciopero generale di protesta contro le violenze della polizia spagnola domenica contro la folla ai seggi. O meglio si è rovesciata in strada. Da Barcellona a Girona, dalla Costa Brava ai Pirenei, da Tarragona a Lleida, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per denunciare pacificamente gli assalti ai seggi, gridare «Via le forze di occupazione!» o «Visca Catalunya Indipendente!».

L’intervento del re è caduto come una doccia gelida sulle timide speranze di avvio di un dialogo, dopo mesi di muro contro muro. Felipe VI non ha fatto alcun accenno alle violenze di domenica, ma ha duramente attaccato il governo di Carles Puigdemont, accusandolo di aver violato la Costituzione e «i principi democratici dello stato di diritto». Un discorso a senso unico, senza aperture verso la Catalogna ribelle. «C’è stato un inaccettabile intento di appropriazione delle istituzioni storiche della Catalogna» che, ha detto, «si sono messe ai margini del diritto e della democrazia. Hanno voluto spezzare l’unità della Spagna con una condotta irresponsabile».

Altrettanto dura la reazione del sindaco di Barcellona Ada Colau che ha definito il discorso di re Felipe VI sulla Catalogna «irresponsabile e indegno di un capo di stato». «Nessuna soluzione. Nessun accenno ai feriti. Nessun appello al dialogo. Un discorso irresponsabile, ha reagito su twitter, e indegno di un capo di stato».

Il discorso del re non contribuirà a fare crescere la sua popolarità in Catalogna, terra dalle radici ancora repubblicane. È stato accolto da molti catalani, secondo Tv3, sbattendo padelle e tegami, in una “cacerolada” di protesta. Mentre il re parlava infatti, a Barcellona erano ancora in piazza migliaia di persone che tutto il giorno hanno manifestato contro la violenza della polizia spagnola. Nel pomeriggio erano almeno 300mila.

Decine di migliaia di persone si sono riversate pacificamente nelle città e nei comuni di tutta la Catalogna, in un mare di bandiere stellate dell’indipendenza. A Barcellona ci sono stati momenti di tensione ma senza incidenti davanti al comando della Guardia Civil in Via Laietana e davanti alla sede del Pp del premier spagnolo Mariano Rajoy, protetti da un fitto cordone della polizia catalana. C’è stata tensione anche davanti ad alcuni alberghi che ospitano parte dei 10mila agenti spagnoli inviati da Madrid per impedire il voto di domenica. Centinaia di persone li hanno presidiati, gridando «Via! Via le forze di occupazione!». Alcuni alberghi hanno pregato i poliziotti di andarsene, e circa 500 agenti sono stati sfrattati. Provocando l’ira di Madrid, che ha annunciato contromisure. Nella giornata di sciopero generale anche la politica catalana si è fermata.

Sul tavolo rimangono la richiesta di mediazione internazionale lanciata da Puigdemont e la minaccia di un dichiarazione di indipendenza in parlamento, forse la settimana prossima. A Madrid sono continuate invece le consultazioni di Rajoy, che deve decidere le prossime mosse. Il premier è «indeciso», sottoposto a pressioni di senso contrario. La sua vicepremier, il falco Soraya de Santamaria, preme per il pugno di ferro e l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione che consentirebbe di sospendere Puigdemont e l’autonomia catalana. Sulla stessa linea il leader di Ciudadanos, uno dei due grandi partiti ‘unionistì che dall’opposizione appoggiano Rajoy. Il socialista Pedro Sanchez vuole invece un dialogo immediato con Puigdemont. Dopo le violenze di domenica il Psoe sta cambiando linea. Oggi ha chiesto un voto di censura in parlamento contro de Santamaria, che considera responsabile politicamente dei blitz violenti che hanno provocato sdegno in tutto il mondo. Su Sanchez preme anche Podemos, che oggi ha proposto al leader Psoe di pilotare una mozione di censura per rovesciare il governo minoritario di Rajoy, che appare sempre più fragile. «I numeri – ha detto la capogruppo Irene Montero – ci sono».

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