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Le tre opzioni di Renzi (e del Pd)

Grasso, Gentiloni, Orlando. E Renzi. Ora molti fingono sconcerto e raccapriccio, ma era tutto previsto, tutto scontato. Si sapeva che sarebbe andata così e si è volutamente tenuto tutto sotto il tappeto, si è rimandato il momento della verità. Ora è il momento della resa dei conti. Il segretario del Pd forse ha sperato nel miracolo fino all’ultimo poi si è dovuto arrendere. Dare la colpa al presidente del Senato Grasso e al suo rifiuto di candidarsi in Sicilia è una difesa infantile. E aumenta il disagio generale, mentre gli avversari si fanno sotto. Andrea Orlando, Michele Emiliano e «forse» anche Dario Franceschini. L’operazione a tenaglia è partita, solo un miracolo il 5 novembre l’avrebbe evitata. Con gradazioni diverse ma tutti hanno lo stesso obiettivo, mettere da parte l’ormai ingombrante segretario e passare oltre per cercare di ridare una nuova vita (ed una nuova anima) al Partito Democratico. Troppo pericoloso andare avanti come se nulla fosse. Renzi candidato premier? E chi lo dice? Orlando l’ha detto chiaro: «Il segretario non è in discussione, ma serve una coalizione e il candidato premier si decide con gli alleati». Lo dice anche Franceschini, prudente nel distacco per non apparire un traditore. Quello che serve è una figura-ponte che riporti l’unità nel Pd, serve un personaggio che unisca, che si faccia garante. Un ex renziano? Eccolo, si chiama Paolo Gentiloni. Non avrà la statura di statista, non avrà carisma. Ma sembra piacere a tutti. E danni non ne può fare. Anzi, in prospettiva potrebbe anche rappresentare la chiave di volta per un tentativo di riagganciare i bersaniani in una sorta di alleanza elettorale che consenta di fronteggiare il prepotente rientro del centro destra. Se questo è lo schema il segretario in carica deve studiare in fretta le contromosse, appena il polverone delle elezioni siciliane si sarà posato. Potrà far finta di nulla e affrontare la settimana prossima la direzione del Partito, lasciando tutti sospesi e non andandosene sbattendo la porta e facendo l’offeso. Non c’è minaccia di gesti estremi, questa volta. Non vogliono accettarlo come premier designato a prescindere? Si faccia allora come il centro destra, il leader si deciderà dopo le elezioni, in base a chi prenderà più voti. E’ quello che Orlando non vuole a prescindere. Accettare le primarie di coalizione? Inutili e dannose. Quello che gli avversari interni vogliono è che Renzi accetti di lanciare Gentiloni come candidato del centro sinistra, probabilmente gradito se non a tutti a quasi tutti. Medicina amara, troppo amara per il segretario. Vorrebbe dire che la sua stagione politica di leader è già finito, vorrebbe dire ammettere le colpe e le responsabilità davanti al paese. La sua difesa? Che almeno sia il paese a giudicarmi e non i mieri (ex) amici di partito. Imboccherà questa via solo se sarà costretto, per arroccarsi poi nel bunker di Piazza del Nazareno. Ma non accetterà di essere ostaggio dei vari Emiliano, Orlando, Franceschini. E’ l’ennesimo confronto interno in un partito che non trova pace, che macina sconfitte e non idee e che alimenta una pericolosa spinta centrifuga. Troppe anime sono rimaste compresse all’interno di un corpo che andava modificandosi strutturalmente. Le armi del segretario sono spuntate, il cerchio magico scricchiola e le convinzioni vacillano. Quanto resisterà Matteo Renzi?

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