| categoria: Il Commento

LA LEZIONE DELLE ELEZIONI IN SICILIA

di Maurizio Del Maschio

L’esito delle elezioni siciliane è stato chiaro: ha vinto il centrodestra e sono stati sconfitti tanto i 5 Stelle quanto le altre sinistre. Ma già all’indomani dell’estenuante scrutinio gli sconfitti 5 Stelle hanno subito gridato al broglio, mentre gli osservatori dell’OSCE non hanno rilevato nulla che potesse inficiare l’esito della consultazione. Allora è riemersa la questione degli “impresentabili”, dando per scontato che questi si trovano solo fra le fila avversarie. Puntuali sono scattate le manette per un deputato al Parlamento siciliano, Cateno De Luca, eletto nella lista dell’UDC e arrestato per frode fiscale. Desta perplessità il fatto che sia stato arrestato il giorno dopo l’elezione e non prima della competizione elettorale, innescando un polverone che, se non scalfisce minimamente l’elezione di Nello Musumeci a Presidente della Regione, mette in imbarazzo l’UDC che, per bocca dei suoi responsabili, rivendica di avere avere chiesto i certificati penale e dei carichi pendenti di tutti i suoi candidati. Cautela impone di attendere l’esito del procedimento prima di trarre delle conclusioni.
Peraltro, non appena noto il risultato, nel centrodestra sono subito emersi i distinguo e tutti si arrogano la paternità del successo, mostrando una scarsa attitudine al gioco di squadra. Quando si forma una coalizione i colori dei singoli componenti passano in secondo piano, perché è l’unione che fa la forza. Invece, ognuno tende sempre a trarre il massimo profitto attribuendosi il merito maggiore anziché riconoscere che solo la compattezza genera consenso. È una lezione che vale pure per le sinistre, tanto per la coalizione che ha sostenuto il candidato PD Fabrizio Micari quanto per quella in appoggio a Claudio Fava. La prima ha ottenuto il 18,7% e la seconda si è fermata al 6,1%, il cha fa capire che anche se si fossero presentati uniti non avrebbero impensierito Giancarlo Cancelleri, il candidato 5 Stelle che ha raggiunto il 34,7% di consensi, insufficiente a fargli conquistare il seggio più alto di Palazzo d’Orléans. Neppure tutti gli sforzi profusi da Luigi Di Maio e dagli esponenti nazionali del movimento hanno potuto realizzare il sogno di governare la Sicilia in solitudine. È un segno evidente che i Siciliani hanno preferito non affidarsi ad una forza politica che localmente non ha dato buona prova e non è infondato il timore che a livello nazionale l’inesperienza provochi danni ancora maggiori di quelli che finora l’Italia e gli Italiani hanno subito. La prova del dilettantismo politico del candidato premier pentastellato è stata la provocatoria richiesta di un confronto pubblico su una rete televisiva ”amica” con il Segretario politico del Partito Democratico Matteo Renzi, poi snobbato con il patetico pretesto che non sarebbe più lui il competitor più importante alle prossime elezioni politiche. La ragione inconfessata è che si è trattato di un rischioso azzardo, in quanto il confronto dialettico con il parolaio fiorentino l’avrebbe visto perdente.
Bruciano in fretta le leadership, in questi tempi di politica estremamente personalizzata. Pochi anni possono essere sufficienti per far divenire invecchiato persino il volto dello sfidante più giovane che in Italia, almeno fino a ieri, è stato quello di Matteo Renzi. La responsabilità non ricade tutta sul Segretario del Partito Democratico, ma nasce pure dalla crisi d’identità della sinistra. Renzi, salito in auge dopo l’avvio di questa legislatura che volge al termine, sta arrivando già “vecchio” e logorato al suo primo cimento vero, quello delle sue prime elezioni politiche. In quattro anni ha conquistato la guida del principale partito di maggioranza attraverso le poco serie cosiddette “primarie” che non hanno nulla che vedere con quelle americane. È stato nominato Presidente del Consiglio senza essere mai stato eletto al Parlamento ritirando l’appoggio del suo partito al suo predecessore Enrico Letta. Ha vinto a mani basse le elezioni Europee del 2014, facendo arrivare il suo partito alla fatidica soglia del 40%, grazie pure ad una politica di benefici a pioggia che hanno indubbiamente contribuito al suo successo ma non hanno migliorato la situazione critica del nostro Paese. Ha fatto e disfatto riforme sul lavoro, sulla scuola e sulla costituzione. Ha dialogato e poi litigato con Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. Quindi, ha perso la poltrona di Palazzo Chigi dopo la pesante sconfitta al referendum del 4 dicembre che ha bocciato una riforma costituzionale a dir poco indecente. Ha subito una scissione del suo stesso partito, ha incassato la sconfitta in comuni storicamente di sinistra come Genova, è tornato alla guida del PD attraverso altre “primarie”, si è riproposto come aspirante premier di centrosinistra cercando e respingendo a fasi alterne i possibili alleati, da Speranza a Pisapia. Tutto subito e in fretta.
Non ritengo che Renzi sia politicamente finito. Lo smargiasso fiorentino ha dimostrato in varie occasioni una notevole capacità di resistenza nei momenti di crisi. Alla sua sinistra non si vede ancora un leader alternativo. Oltretutto, l’ipotesi che dalle urne non esca una chiara maggioranza contribuisce a considerare tutti dei potenziali vincitori, come spesso accade in Italia in conseguenza di leggi elettorali che non modificano la palude in cui sguazza la politica. È comunque impressionante la rapidità con cui le novità di oggi divengono obsolete domani. Siamo spettatori di una guerra di dichiarazioni e di immagini, in cui vittime e carnefici si scambiano i ruoli con una facilità e rapidità stupefacenti. Il grande rottamatore di quattro anni fa, oggi è diventato rapidamente come tutti gli altri. Oggi il PD teme che la sconfitta alle regionali siciliane possa replicarsi alle politiche. Perciò, il suo Segretario ha smesso i panni dell’arroganza per cercare, pur di superare gli avversari, una nuova grande ammucchiata, come quella di Romano Prodi miseramente naufragata.
In opposizione al suo giovanilismo, sono cresciuti altri leader più giovani di lui: Matteo Salvini, a destra e Luigi Di Maio a sinistra. Renzi ha 42 anni, Salvini 44, Di Maio addirittura 31. Sono tutti arrivati ieri. Politicamente il più vecchio fra loro è proprio il Segretario del PD, nonostante sia arrivato poco prima. Tutto è nuovo nelle persone, ma non c’è nulla di nuovo nella sostanza. Gli elettori devono essere messi in guardia nei confronti del teatrino che mostra una apparente novità che realmente non c’è. È un monito anche per tutte le altre leadership super-personalizzate che stanno costruendo le loro fortune (non solo in Italia) non sull’onestà di chi è consapevole di prestare un breve servizio alla nazione, non sull’esperienza, non sulla serietà della propria carriera nel mondo del lavoro, non sulle sane mediazioni politiche, ma sull’abilità nel fiutare l’aria del momento giusto per spiccare il volo che risolvere i problemi della vita. Promettono una sola cosa: quando arriveranno loro al governo, tutto cambierà rapidamente. Ma poi, una volta assaporata l’ebbrezza del potere, l’immagine di quello che girava con l’auto di famiglia, in jeans, scravattato e circondato dagli amici di una vita, si trasforma rapidamente in quella di chi viaggia con l’autista personale in un’auto blindata blu, con l’aereo di Stato, la scorta e uno stuolo di accoliti in abito scuro e cravatta che dovrebbero far fronte alla sua crassa ignoranza. A quel punto, sembrano tutti uguali, ma i problemi rimangono irrisolti. Tanto, paga Pantalon… Che poi, siamo sempre noi, popolo sotto tutela e vacca da mungere, perché loro sono loro e noi…

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