| categoria: Il Commento

L’ITALIA HA FINALMENTE UN INNO NAZIONALE

di Maurizio Del Maschio

Con l’approvazione del Senato del 13 novembre scorso, dopo quella della Camera finalmente abbiamo un inno nazionale. Si è così colmata una lacuna trascinatasi dal referendum istituzionale che sancì, non senza sospetti e discussioni, la scelta del regime repubblicano per l’Italia. Nella seduta del 16 novembre 2005, la Commissione Affari Costituzionali del Senato approvò una proposta di legge con la quale si stabilisce definitivamente che l’inno denominato “Canto degli Italiani” scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro è l’inno nazionale. Fino ad oggi, infatti, l’inno nazionale è rimasto provvisorio, dal momento che nessuna legge ne aveva ancora proclamato la definitiva adozione: un caso eccezionale, nel panorama mondiale degli inni nazionali, che non fa certo onore all’Italia. Ora che i due rami del Parlamento hanno approvato la legge, questa lacuna è stata finalmente colmata. Meglio tardi che mai.
Quello che viene comunemente chiamato con il suo incipit: “Fratelli d’Italia” ha come titolo originale Il Canto degli Italiani. Un’esegesi non superficiale del testo rivela chiaramente la sua natura massonica e repubblicana. Nell’inno prima di tutto e sopra tutto è auspicata l’unità d’Italia, puntigliosamente illustrata rievocando significativi momenti storici delle sue diverse aree, “dall’Alpi a Sicilia”. L’orizzonte nel quale si sviluppa il testo suggerisce che il “fondersi insieme” non deve tradursi in un appiattimento che dimentichi o sopprima il grande patrimonio delle diverse realtà locali. Tutt’altro. Si tratta di un’unione armonica di storie, collegate da un denominatore comune, che vanno ricordate e tramandate.
Diceva Giuseppe Mazzini: “L’istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire”. Goffredo Mameli, con il suo inno schiettamente repubblicano, mostra di aderire entusiasticamente all’idea di tale forma istituzionale. Scipione l’Africano, la Lega Lombarda, Francesco Ferrucci, Giovanni Battista Perasso detto “Balilla”, cioè i modelli di azione che Mameli elenca nella quarta strofa, sono certamente esempi di lotta contro lo straniero, ma sono anche un simbolo dell’istituzione repubblicana che combatte il governo monarchico. Infatti, tra le glorie di Roma, ricordate con vibrante retorica come voleva lo spirito dei tempi, viene esaltato “Scipio”, il condottiero repubblicano Publio Cornelio Scipione detto “l’Africano”, e non Giulio Cesare, Augusto o un altro significativo imperatore.
Sotto il profilo puramente estetico, l’inno di Mameli rivela evidenti debolezze, tanto nei versi quanto nella melodia. Ma, nonostante le sue lacune artistiche, Il “Canto degli Italiani” riesce immancabilmente a coinvolgere emotivamente gli ascoltatori e a provocare un sentimento di fierezza di appartenere a una nazione che nasce da una lunga storia comune e induce a superare le divisioni e le contrapposizioni. Ne era ben consapevole Giuseppe Verdi che, nel 1864, lo inserì con l’inno nazionale francese “La Marseillaise” (scritta e musicata da Claude Joseph Rouget de L’Isle) e quello inglese “God Save the Queen” (di Anonimo) nel suo “Inno delle Nazioni”. E ancora oggi, a oltre centocinquant’anni dalla sua nascita, con la sincerità dei suoi intenti, il suo impeto giovanile e la commozione che sa suscitare, l’inno di Mameli continua a toccare profonde corde emotive.
Il fondamentale ideale che mosse il Risorgimento italiano fu comunque la realizzazione dell’unità della patria. Dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente, l’Italia era rimasta frammentata in una miriade di stati più o meno grandi, talvolta deboli ed effimeri, talvolta potenti e duraturi, ma quasi costantemente intenti a difendere i propri interessi particolari o a combattere feroci lotte fratricide che avevano indebolito l’idea stessa di nazione e avevano inevitabilmente favorita, quando non l’avevano addirittura sollecitata, l’occupazione straniera. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone I, il Congresso di Vienna aveva sancito la divisione del territorio italiano in nove Stati.
L’espressione “fratelli d’Italia” assunse, un connotato ben preciso. Il termine “fratelli” è il nome che si danno tra di loro i massoni, essendo la fratellanza, con la libertà e l’uguaglianza, la base etica della Massoneria. L’inno divenne così un vero proclama esortativo che scosse le coscienze di destinatari ben precisi: i “fratelli” italiani dell’autore.
L’inno è stato da taluno definito “la Marsigliese italiana”. Si tratta di un’associazione inopportuna, non solo perché “La Marseillaise” è un inno di guerra composto per rafforzare gli animi dei soldati francesi dell’armata del Reno impegnati a difendere la giovane repubblica nata dalla rivoluzione, ma soprattutto perché usa il termine enfants – che nell’espressione corrente significa “figli” – non quello di “fratelli”. La differenza è fondamentale, poiché i figli hanno uno status che li relaziona gerarchicamente ad un padre e ad una madre che autorevolmente li guidano, mentre il termine “fratelli” implica un’unione orizzontale e paritaria.
Il “Canto degli Italiani” è stato qualificato come un inno blasfemo ed antireligioso, mentre un’analisi anche superficiale del testo evidenzia la fede profonda del suo estensore. La terza strofa, in particolare, quella centrale di tutto l’inno, è una sintesi della vocazione massonica e religiosa del suo autore. Il programma di azione che i liberi muratori si prefiggono è quello di unirsi ed amarsi per rivelare al mondo che le vie di Dio sono l’unione e l’amore universali.
L’inno fa pure riferimento alla storia religiosa europea, in particolare alle vicende dei movimenti pauperistici del XIII secolo. In quell’epoca si sentiva un forte bisogno di rinnovamento del clero, rilassato, corrotto e sclerotizzato. Esso era divenuto sordo alle necessità di sopravvivenza di larghi strati di popolazione che soffrivano la miseria, la desolazione e l’abbandono. Nel nuovo clima spirituale, i poveri diventarono fratelli che avevano bisogno di altri fratelli in Cristo che li soccorressero. Si trattava di una vera rivoluzione interiore, con innegabili ricadute sociali, dove la metafora dei “fratelli” ha l’energia di superare le divisioni sociali e di dare dignità al povero. Questi non è più il colpito da Dio, un portatore di chissà quali colpe o comunque un’icona del male presente nel mondo alle prese con un destino a cui sembra doversi rassegnare. Si tratta semplicemente dell’“altro” inteso come prossimo da aiutare, dunque non di un estraneo ma di un fratello. Gli esempi della Cavalleria, dei Catari, di Francesco d’Assisi e di Pietro Valdo, sia pure nella loro diversità, sono forse quelli più significativi. È sorprendente vedere rilevata l’esigenza, da parte dei movimenti spirituali, di aiutare i fratelli poveri. Sono fratelli che si dedicano alla cura di altri fratelli. In questo senso si ristabilisce l’armonia di una famiglia, non nel senso naturale dei legami biologici, ma in quello spirituale, fortemente permeato di idealità. “Fratello” è un termine tipico del XIII secolo, anche se la parola latina frater acquista una connotazione religiosa fin dal IV secolo.
Il termine che li caratterizza i massoni come Mameli e Novaro è quello di “fratello” e “sorella” e non altri, come amico, camerata, compagno, socio, collega che caratterizzano l’impegno politico, le unioni di affari, le società che hanno una funzione più spiccatamente materiale e meno ideale. La Massoneria affonda lì le sue profonde radici, ma si lega senza dubbio anche all’Illuminismo europeo del XVIII secolo. Si riconoscono ”fratelli” quanti, in nome della luminosa ragione, mirano a combattere l’oscurità dell’ignoranza e della superstizione e in questa chiave si danno mutuo soccorso e premurosa assistenza. Una sorta di fratellanza morale, di cosmopolitismo fraterno. In sostanza, i massoni si prefiggono di diffondere “l’amore fraterno tra gli uomini” rispettando il credo religioso di ciascuno. La ricerca della verità e la fratellanza, appunto, devono servire a riunire l’umanità combattendo l’ignoranza e il fanatismo.
Mameli era un massone, non un ateo. Lo provano tutti i riferimenti religiosi e i richiami divini contenuti nell’inno. Non va confuso con la miscredenza l’anticlericalismo massonico del XIX secolo, il quale non voleva avere e non aveva un connotato antireligioso, ma aveva una chiara valenza ideologico-politica. Era la fine del potere temporale dei papi l’obiettivo degli irredentisti massoni e liberali, la fine del dogmatismo schiavizzante e non la fine del cristianesimo in quanto tale. Per contro, la fede nell’inscindibilità della natura di guida religiosa e di sovrano temporale attribuiti dal cattolicesimo alla persona del vescovo di Roma faceva ritenere blasfemo l’obiettivo dei patrioti italiani. Non va dimenticato che ancora oggi, sia pure nella limitatezza territoriale del suo Stato, il papa è un monarca assoluto. Se oggi il papa ha guadagnato in termini di autorevolezza spirituale e morale, anche agli occhi dei non cattolici, lo deve pure alla perdita della sua importanza come monarca politico, come capo di uno Stato invischiato nelle lotte di potere temporale. Paradossalmente, è lecito affermare che il 20 settembre 1870, giorno della presa di Roma da parte dei bersaglieri del generale Alfonso Ferrero Della Marmora, egli pure massone, fu una data fausta non solo per l’Italia, ma anche per la chiesa cattolica. Ma la strada per l’affrancamento dalle pretese monopolistiche e dogmatiche sulla Verità e l’affermazione della libertà della ricerca spirituale è ancora lunga.

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