| categoria: Il Commento

LE GRANDI MANOVRE PRE-ELETTORALI

di Maurizio Del Maschio

Dopo la tornata elettorale siciliana, tutti ora guardano alle prossime elezioni politiche che porteranno all’avvio della XVIII legislatura nazionale. Non conosciamo ancora la data della consultazione elettorale, ma sono già iniziate le grandi manovre. Lo scenario è ancora fluido e non si sa quale sarà lo sbocco di tutto l’agitarsi dietro le quinte della politica nazionale. Tutte le mosse delle ultime settimane dal “no” di Luigi Di Maio al confronto televisivo con Renzi, all’intervista dello stesso segretario Pd a La7, dalla proposta di Pierluigi Bersani sul nome di Pietro Grasso candidato premier della sinistra alle affermazioni di Matteo Salvini critico sulla “moderazione” di Silvio Berlusconi, fanno parte del posizionamento dei partiti in vista del voto per il Parlamento nazionale che aprirà il tempo della XVIII legislatura repubblicana.
C’è ancora molta confusione, determinata anche dal fatto che si andrà a votare con un nuovo sistema elettorale. Inoltre, a differenza di quanti molti ancora pensano (compresi alcuni politici, a giudicare dalle loro dichiarazioni), il sistema maggioritario non c’è più e siamo tornati in un sistema proporzionale. Ciò significa che dalle urne non uscirà più il nome del premier, ma i vincitori (salvo che qualcuno arrivi al 40%) dovranno andare a cercarsi la maggioranza in Parlamento come succedeva alla Democrazia Cristiana nel secolo scorso. Pertanto, i cittadini si pongono molte domande alle quali si può provare a dare qualche risposta.
La prima domanda è: quando si vota? La risposta più ragionevole è: in una data compresa tra marzo e maggio del 2018. La XVII legislatura sta andando a scadenza naturale e ai governi che si sono susseguiti (Letta, Renzi, Gentiloni) si è sempre trovata in Parlamento una soluzione politica di successione per cui il Capo dello Stato, prima Giorgio Napolitano e poi Sergio Mattarella, ha potuto evitare lo scioglimento delle Camere. Sarebbe stato più opportuno che le Camere fossero state sciolte prima, ma non si può dire che l’Italia si trovi in una situazione di irregolarità costituzionale.
La data del voto dipende politicamente dalle forze politiche in Parlamento e, tecnicamente (ma non solo), dal Presidente della Repubblica. Secondo l’articolo 61 della Costituzione, dopo lo scioglimento delle Camere si deve andare al voto entro 70 giorni. La scadenza naturale della legislatura è il 15 marzo 2018 e Mattarella dovrebbe fissare la data delle nuove elezioni entro il 24 maggio. In questo caso si potrebbe votare in una di queste tre domeniche: 6, 13 o 20 maggio.
Ma le Camere si possono sciogliere anche anticipatamente. Una volta approvata la legge di bilancio, ci vuole poco a far cadere il governo, magari approfittando della votazione su una una legge importante ma irta di incognite e di gravi conseguenze come quella sullo ius soli. Si tratta di vedere se i competitori si sentono pronti al confronto.
Con la nuova legge elettorale, il nostro Paese ritorna a un sistema prevalentemente proporzionale, un sistema che porterà, quasi inevitabilmente, a individuare il premier e la coalizione di governo attraverso trattative politiche tra i partiti secondo la vecchia logica della cosiddetta “prima repubblica”. Come si schiereranno le forze politiche? Da ora alla data del voto molte cose sono ancora destinate a cambiare. Attualmente si tratta di un confronto a tre: il Movimento 5 Stelle, che ha sempre detto chiaramente che non intende fare alleanze elettorali con nessuno, il Centrodestra, già abbastanza compatto con Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia, il Partito Democratico con i piccoli alleati di centro e l’eventualità di un’alleanza con il Campo Progressista, mentre il Movimento Democratico e Progressista e Sinistra Italiana-Sinistra Ecologia e Libertà sembrano non volersi imparentare con il PD. Per vincere le elezioni e avere una maggioranza autosufficiente, un partito (o una coalizione) dovrebbe arrivare al 38% nella parte proporzionale e vincere il 65% dei collegi uninominali, cosa che, con i dati attualmente disponibili sembra piuttosto improbabile.
L’indicazione di un candidato premier finora è stata fatta solo dal Movimento 5 Stelle nella persona di Di Maio più per motivi di chiarezza interna che per un’effettiva “investitura” a possibile capo del governo. Ma neppure Di Maio avrebbe molte probabilità di diventare premier persino nel caso che il Movimento uscisse primo dalle urne. Anch’egli, infatti, per arrivare a Palazzo Chigi, dovrebbe andare in Parlamento a cercarsi i voti per disporre di una maggioranza.
Il PD oscilla tra chi vorrebbe puntare su un candidato di coalizione (come, ad esempio, Paolo Gentiloni) e chi ancora spera nell’illusoria possibilità di arrivare al 40% con Renzi leader e candidato e poi, eventualmente, aprire trattative con chi ci sta. In ogni caso, la tentazione della grande ammucchiata pur di vincere è forte, ma l’eterogeneità delle formazioni porterebbe al naufragio già sperimentato con la grande coalizione di Romano Prodi.
Il Centrodestra appare più compatto e cerca di rimandare a fasi successive lo scontro interno sull’eventuale candidato premier. In Sicilia il Centrodestra compatto si è dimostrato molto competitivo ed è arrivato al 39,8%, ma è improbabile, anche se non impossibile, che possa arrivare alle stessa percentuale su tutto il territorio nazionale. E pure nel Centrodestra, dunque, è possibile che venga al pettine il nodo della leadership prima o dopo il risultato delle urne.
Chi vincerà? L’unico modo per rispondere a questa domanda è partire dagli unici dati ufficiali disponibili: la media dei sondaggi dei diversi istituti al 5 novembre elaborata da “Termometro Politico”. Questi sono i numeri: M5S 27%, PD 26,1%, Alleanza Popolare 2,3%, MDP 3,1%, SEL-SI 2,3%, Lega Nord 14,5%, Forza Italia 14,2%, Fratelli d’Italia 4,8%, Altri 5,7%. Dentro la voce “Altri” ci dovrebbe essere un 1 o 2% di Campo Progressista (che potrebbe sommarsi agli altri nel caso di un raggruppamento di Centrosinistra (oggi poco più di una chimera), qualche altro rimasuglio di Centrodestra e altre infime formazioni (come il movimento di estrema destra “Casa Pound”) non appetibili per nessuno. Alcuni sondaggi “riservati” immediatamente successivi al voto siciliano darebbero un salto in avanti del Centrodestra, un crollo del PD e un calo del M5S. Ma oggi è troppo prematuro azzardare un serio pronostico.
In sintesi: M5S sembra poter diventare il primo partito italiano alle prossime elezioni politiche. La cosa potrebbe servire poco a Di Maio e ai suoi se manterranno coerentemente la decisione di non allearsi con nessuno. Nella migliore delle ipotesi (a oggi percepibile) i grillini potrebbero attestarsi oltre il 30%, percentuale che non sarebbe comunque sufficiente a governare. Sommando tutte le sue voci, il Centrodestra potrebbe superare il 35%, una percentuale comunque insufficiente a fare il governo, ma neppure troppo lontana dal traguardo. Possono giocare un ruolo determinante due fattori: il primo è dato dal fatto che una campagna che vede il leader di Forza Italia impegnato in prima persona può fare la differenza. Il secondo è dato dalla rapidità con cui la Corte Europea di Strasburgo emetterà la sentenza (che appare giuridicamente favorevole) riguardante il ricorso di Berlusconi.
Il Centrodestra ha un solo ma non piccolo problema: mantenere per alcuni mesi l’unità dimostrata in Sicilia ed evitare la questione della leadership. È comunque certo è che il Presidente della Repubblica sarà chiamato per la prima volta a dipanare una matassa che, ad oggi, si presenta assai ingarbugliata.

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