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PRIMO PIANO/ Non si tratta così un assessore

E adesso nel mirino c’è Adriano Meloni, il “milanese”, l’assessore scomodo di turno. “Assenteista”,e non solo. Lui ha tenuto duro per mesi poi è sbottato, a modo suo, lasciando trasparire in ogni modo il suo disagio di lavorare nella giunta grillina, fino a esternare in modo diretto su Facebook. Apriti cielo, lo hanno fatto a pezzi, lui ha attaccato con sufficiente energia il presidente a cinque stelle della Commissione commercio e la Raggi gli ha intimato di chiedere subito scusa, come si fa con un bambino che ha sbagliato. Il bello è che lui ha obbedito. Il responsabile del Commercio è ormai inviso a mezza giunta, lo considerano appunto un assenteista, considerando che negli ultimi quattro mesi ha saltato una seduta su due . Lui finora ha sempre tenuto duro, rivendicando il lavoro fatto. «Resto… almeno fino a che non mi cacciano», dice. Ora è ovvio, il clima di sfiducia è reciproco, il divorzio è dietro l’angolo, continuare in questo modo non serve a nessuno. C’è già pronto il sostituto, uno del suo staff, tra l’altro. IL metodo è sperimentato, prima si trova il sostituto poi si annuncia il divorzio E’ un film già visto, dovrebbe far riflettere tutti, la giunta grillina macina assessori e dirigenti così. Altro che sliding doors, c’è dell’altro e di più. O si è allineati o non dura, guai a mettersi contro i dirigenti, essere scelti dalla Casaleggio Associati non è garanzia di sopravvivenza. Ma Roma non può permettersi di ricominciare da capo, di vivere sulla pelle l’ennesima lite tra vertice grillino e assessore non allineato di turno. E’,la cartina di tornasole di una situazione malata, della incapacità di gestire una amministrazione complessa come quella romana. E a questo punto forse bisogna avere il coraggio di guardare dietro le quinte. E vedere quali sono i veri problemi. Abbiamo avuto occasione di parlare a lungo con Meloni, con estrema franchezza e senza timori riverenziali, off e in record, nel rispetto dei ruoli. E’ apparso lucido, determinato, estremamente capace e con un curriculum manageriale di prim’ordine maturato negli Stati Uniti, dove se uno è bravo viene premiato, se non rende viene accompagnato alla porta. Non importa come Meloni sia capitato in Campidoglio e in virtù di che cosa, importa che, a quel che appare, non gli sia stato consentito di fare ciò per cui era stato chiamato. Non è possibile che un buon professionista diventi improvvisamente un brocco, accade anche sui campi di calcio. Accade che non gli passino la palla, che non vada d’accordo con i compagni o con l’allenatore, o che i tifosi lo prendano di punta. Le metafore calcistiche ci stanno tutte, perché è così che va con gli assessori “esterni” al clan grillino egemone. Paradosso. Pare che a casa grillina si siano abituati a queste strane rotazioni, e che i vertici nazionali non si turbino più. Un assessore che lascia non ha più l’effetto di un terremoto politico. Non fa più notizia.
Ma tutto questo non può essere passato sotto silenzio, rivalità e gelosie tra le stanze di Palazzo Senatorio non sono fatti privati della cricca, sono fatti dei cittadini tutti, e l’avversario principale dell’assessore al commercio è Andrea Coia, presidente della commissione Commercio, con cui va avanti da tempo un aspro confronto in materia di ambulanti e che Meloni chiama «Coidicine». Coia più Tredicine, la nota lobby del commercio ambulante, che ha ripreso in mano le redini della festa di piazza Navona, favorita dalle nuove regole fatte dal Campidoglio e votate in Assemblea Capitolina nella delibera 30 relativa al nuovo regolamento del commercio su area pubblica e messa a punto proprio dal consigliere Coia, primo firmatario. Andiamo a rivederci alcuni spezzoni del dialogo via Whatsapp con il cronista del Messaggero «Uno come me non lo hanno mai visto in Campidoglio. Sono sempre franco e trasparente. Evidentemente ci sono gelosie e persone a cui la mia franchezza da fastidio». E le ultime discussioni, con alcuni consiglieri hanno riguardato proprio la festa della Befana, l’esito della graduatoria con i Tredicine e parenti prossimi pronti ad allestire la metà dei posteggi commerciali l’impasse sul piano di sicurezza (ancora da approvare) e il capitolo dei costi che gli operatori vorrebbero dividersi con il Comune mentre il bando specifica chiaramente come le spese siano a carico degli ambulanti. Lui risponde direttamente, anche alle domande più pesanti e provocatorie. Farà marcia indietro dopo l’ultimatum con la Raggi, ma il suo atteggiamento è chiaro. E scatena l’opposizione Pd che di Piazza Navona aveva fatto un feudo intoccabile e al quale non pare vero trovare una sponda insperata all’interno della giunta. Il fatto è che Meloni non appare uno sprovveduto né un debole attaccato alla poltrona. Anzi, parlandoci si ha la netta impressione di avere di fronte un tecnico competente, un manager che chiede di avere le mani libere per svolgere fino in fondo il suo lavoro. Non teme di essere manipolato dai giornalisti e non li manipola. Denuncia con imbarazzante schiettezza che il problema di fondo lui ce l’ha intorno, è nella struttura che lo circonda e che di fatto non collabora e gli impedisce di lavorare, è in una fetta consistente di grillini che fanno lobby a parte e che trattano malvolentieri con gli assessori “esterni”. Meloni snocciola episodi, aneddoti, mette alla berlina un sistema che non funziona. In America, dice, un manager ha delle responsabilità, comanda e basta, così sono abituato. Ma nella amministrazione grillina non funziona così. Parlando con lui si comprende come teste pensanti, professionisti brillanti se ne siano andati sbattendo la porta. Non si tratta così un assessore, men che meno Adriano Meloni. E sbaglia la Raggi a trattarlo come uno scolaretto che ha rubato la merenda al compagno di banco. L’assessore resiste perché ha un compito da svolgere. Non fa l’offeso e non se ne va. Onore al merito.

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