| categoria: Il Commento

LE GRANDI OPERE NON REALIZZATE

di Maurizio Del Maschio

Si avvicina la scadenza della legislatura e un bilancio delle attività dei governi che si sono succeduti a guida sinistra si impone, soprattutto per quanto riguarda la creazione delle infrastrutture necessarie alla nostra economia nazionale. Da decenni si parla della necessità di grandi opere che condiziona lo sviluppo del nostro Paese, ma in concreto finora che cosa si sta facendo? Chi ci ha governato nel corso della legislatura che sta malinconicamente concludendosi, che cosa ha fatto? Quali opere ha messo in cantiere? A queste domande ha risposto un approfondito studio della Banca d’Italia che ha analizzato i dati sugli investimenti infrastrutturali italiani. Il sito “Truenumbers.it”, è un organismo che esamina i dati che vengono resi noti da fonti ufficiali riguardanti l’attualità, l’economia e la politica. Dal 2016, in soli due anni si è imposto come un autorevole riferimento nel suo genere per la sua indipendenza, la serietà scientifica delle sue analisi e l’efficacia comunicativa. Esamina solo date resi pubblici, provenienti esclusivamente da fonti ufficiali. Nei giorni scorsi ha estrapolato dallo studio della Banca d’Italia i numeri più interessanti e il primo risultato è che gli investimenti infrastrutturali di importo superiore a 40 mila euro, in Italia sono diminuiti dai 27,3 miliardi del 2014 ai 24 nel 2015 e il 92% di questi 24 miliardi è stato speso in opere del valore inferiore a 1 milione di euro.
In rapporto al Prodotto Interno Lordo, il calo degli investimenti nel 2015 rispetto al 2014 è stato dello 0,2% essendo passato dall’1,7% all’1,5%, in controtendenza rispetto allo stesso PIL che è invece aumentato. Precisamente, alla crescita dell’economia italiana che ha fatto registrare un +0,8% nel 2015, non sono corrisposti maggiori investimenti pubblici, come ci si sarebbe dovuto aspettare. Inoltre, nessuno dei tre quadrimestri del 2016 ha visto investimenti superiori rispetto ai corrispondenti quadrimestri dell’anno precedente.
C’è chi ha sospettato che il motivo sia da ricercarsi nell’entrata in vigore del nuovo Codice degli Appalti avvenuto il 19 aprile 2016. Ma il fatto più grave è che il governo, allora guidato da Matteo Renzi, ha rinunciato ad investire non solo nelle grandi opere, fra le quali promise la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, ma anche in quelle medie e medio-piccole. Infatti, la Banca d’Italia ha suddiviso il valore totale degli appalti per importo. Nel 2016 si riscontrato un aumento del valore degli appalti di importo fino a 150 mila euro, mentre tutti gli altri appalti di importo superiore sono diminuiti. Ciò significa che l’Italia ha investito per piccole opere manutentive, per sostituire delle grondaie nei palazzi pubblici, per eliminare qualche barriera architettonica, ma ha fatto crollare gli investimenti compresi tra 1 milione e 5,2 milioni di ben il 54,5%. Quelli realizzati sono lavori di trascurabile entità, certamente utili, necessari, urgenti, ma non sono certamente opere di natura strategica.
Inoltre, il divario infrastrutturale italiano rispetto all’Europa settentrionale e meridionale si allarga: tra il 2009 e il 2015 il valore della spesa pubblica in opere pubbliche si è ridotta dal 3,4% al 2,2% rispetto al PIL. Se poi si osserva un altro indicatore, quello relativo alla rapidità dell’esecuzione delle opere (che si traduce in risparmio monetario), i tempi per completare un’opera pubblica del valore di 100 milioni occorrono si aggirano intorno ai 14 anni. Si scende a 6,6 per le opere di valore compreso tra i 2 e i 5 milioni e a 5 anni per quelle di importo tra i 500 mila e 1 milione di euro. Ma il dato davvero sconcertante è che per realizzare un’opera pubblica di valore inferiore ai 100 mila euro occorrono quasi 3 anni! Ogni commento è superfluo. Eppure, in qualsiasi documento pubblico non si manca mai di prospettare “investimenti strategici”, “grandi opere” e via dicendo.
Per esempio: nelle leggi di stabilità del 2016 e 2017, il governo ha stanziato 100 miliardi di investimenti per i prossimi 15 anni. Ma, come abbiamo visto, sono chiacchiere. La verità è che l’elenco delle opere pubbliche inserite all’interno della cosiddetta “Legge Obiettivo”, oggi abolita, che comprendeva le opere più urgenti e importanti, conteneva ben 418 interventi per un valore di 362 miliardi, ma il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti aveva stanziato un importo pari alla metà di quello che esso stesso aveva indicato per finanziarle tutte. Il risultato è che, alla fine del 2015, di quelle 418 opere ne erano state finanziate solo il 10% in termini di valore e il 31% in termini di numero di lotti.
Va segnalato altresì che, nel 2016, gli investimenti privati sono aumentati del 4,7% e quelli pubblici sono calati del 4,5% e che, secondo l’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili dei 624 milioni di investimenti pubblici previsti per quest’anno si riusciranno a spendere solo 100 milioni. Questo, in sintesi, è il magro bilancio del lavoro fin qui svolto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Tutto ciò in presenza di ben altri ritmi riscontrabile in altri Paesi dell’Unione Europea, anche vicini a noi come Spagna e Francia, per non fare confronti con le grandi economie del nord Europa. È noto, infatti, che la crescita dell’economia di un Paese è basata sull’adeguamento delle sue infrastrutture che competono allo Stato. La loro inadeguatezza rispetto alle esigenze produttive delle imprese corrisponde alla velocità di un’automobile che viaggia con il freno a mano innestata: tutto il potenziale della nostra economia rimane mortificato. Occorre una decisa svolta nella programmazione delle opere pubbliche e, soprattutto, occorre una diversa politica fiscale e di destinazione delle risorse disponibili, tagliando la spesa improduttiva, riorganizzando la pubblica amministrazione e razionalizzando la nostra farraginosa legislazione. Vedremo quanto di tutto ciò entrerà nei programmi elettorali in vista della prossima legislatura.

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