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CASO C0NSIP/ Sospesi e indagati per depistaggio due ufficiali dei carabinieri

Interdizione di un anno dall’esercizio di pubblici ufficiali dei carabinieri ed una nuova accusa, questa volta di depistaggio per il maggiore dei carabinieri Gian Paolo Scafarto e per il colonnello Alessandro Sessa, indagati nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma su Consip. L’ha disposta il gip Gaspare Sturzo su richiesta del procuratore aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi.

Per Scafarto, già indagato per falso e rivelazione del segreto d’ufficio, è scattata anche l’ipotesi di depistaggio. Stessa ipotesi per Sessa, già iscritto sempre per depistaggio in relazione alle false dichiarazioni rese al pm. La nuova accusa di depistaggio si riferisce all’eliminazione delle comunicazioni intercorse tra i due al fine di sviare, secondo l’accusa, le indagini della procura sulla fuga di notizie riguardanti l’inchiesta a suo tempo aperta a Napoli su Consip.

L’accusa di depistaggio ipotizzata da piazzale Clodio nei confronti del maggiore Scafarto e del colonnello Sessa si riferisce, è detto nell’ordinanza di interdizione, al proposito di «sviare l’indagine relativa all’accertamento degli autori mediati e immediati della violazione del segreto a favore dei vertici della Consip». In particolare, «Scafarto, che aveva subito il sequestro, in data 10 maggio 2017, del proprio smartphone al fine di accertare la natura ed il contenuto delle comunicazioni sia con gli altri militari impegnati nelle suddette indagini sia con con estranei alle stesse, su richiesta ed istigazione di Sessa ed al fine di non rendere possibile ricostruire compiutamente le conversazioni intervenute con l’applicativo whatsapp, provvedeva a disinstallare dallo smartphone in uso a Sessa il suddetto applicativo; con l’aggravante di aver commesso il fatto mediante distruzione o artificiosa alterazione di un oggetto da impiegare come elemento di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento».

Per il gip Sturzo questo episodio, aggiunto a quelli precedentemente contestati ai due indagati (tra questi il presunto falso operato da Scafarto in una informativa in cui, da un lato, accreditò erroneamente la tesi della presenza dei servizi segreti nel corso degli accertamenti e, dall’altro attribuì ad Alfredo Romeo e non a Italo Bocchino una frase intercettata: «…Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato»), giustificano la misura dell’interdizione dalle funzioni di pubblici ufficiale dei carabinieri anche per il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.

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