| categoria: Il Commento

LA MANOVRA ECONOMICA, TESTAMENTO DEL GOVERNO

di Maurizio Del Maschio

La manovra economica correttiva di fine anno approda all’aula della Camera dei Deputati. Siamo alla fine della legislatura e ciò comporta ancora maggiori preoccupazioni per la stabilità del bilancio pubblico, dal momento che siamo già in campagna elettorale. La manovra 2018, dovrebbe aggirarsi, se tutto va secondo i piani, intorno ai 20 miliardi di euro. Si incardinerà su poche grandi misure, anche perché la maggior parte delle risorse sarà assorbita dall’eliminazione della clausola di salvaguardia sull’IVA. Rimane il problema del reperimento delle risorse, dal momento che ogni voce di spesa deve avere la relativa copertura finanziaria.
Come accaduto con il decreto legge fiscale, il disegno di legge di bilancio approvato dal governo già in Commissione della Camera ha subito non pochi “ritocchi”. Rimane da vedere se l’aula ne apporterà degli altri. Tra le misure su cui si incentra la manovra si segnalano sgravi per i giovani, misure per arginare la povertà come il “reddito di inclusione”, interventi a favore di famiglie numerose, ritocchi al superticket sanitario, il bonus per i diciottenni e sconti sui mezzi di trasporto, provvedimenti incentivanti il risparmio energetico, aumenti agli statali. Fin qui si tratta di misure che si configurano in una sorta di mance e mancette e di gratificazione dei dipendenti pubblici, grande serbatoio elettorale della sinistra. Ad essi si aggiungono misure ulteriori per l’anticipo pensionistico per le donne, la fattura elettronica per i privati e la tassa sul web. Tra gli obiettivi raggiunti, molta enfasi viene data dal governo al rinnovo, dopo quasi dieci anni, dei contratti del pubblico impiego che, in prossimità di elezioni politiche, è pure una parziale risposta alle richieste avanzate da tanti anni dalle organizzazioni sindacali.
Ma le misure messe in atto dal governo e continuamente enfatizzate anche dai mezzi di comunicazione asserviti, hanno dato davvero un impulso alla crescita del nostro Paese? Apparentemente sembrerebbe di sì. Molti indicatori e segnali sbandierati confermerebbero questo andamento positivo. Tuttavia, nel contempo, analisti e osservatori concordano sul fatto che si tratti di una svolta ancora incerta e poco consistente. Alla tendenza relativamente positiva in alcuni settori dell’economia e della produzione, soprattutto rivolta all’esportazione, corrisponde una regresso o una sostanziale stagnazione in altri. Soprattutto la tanto strombazzata ripresa economica non è accompagnata da un significativo incremento dell’occupazione e pure i bilanci familiari non hanno registrato significativi progressi. Anzi, i dati sull’occupazione evidenziano una diminuzione del lavoro a tempo indeterminato e un aumento di quello a tempo determinato, accentuando la già preoccupante situazione di instabilità e di precarietà.
L’occupazione è uno degli aspetti della vita economica di un Paese che più riguardano direttamente la vita della popolazione. Ha voglia il governo ad esaltarsi per i risultati raggiunti. Infatti, se l’andamento debolmente positivo del Prodotto Interno Lordo, di per sé relativamente importante, è spesso interpretato dalla gran parte della popolazione come un’entità astratta e difficilmente percepibile, la perdita o l’incertezza del posto di lavoro hanno un impatto forte e conseguenze serie sulla maggioranza dei cittadini. È forse questo fenomeno a spiegare la diffusa perplessità che si riscontra nell’atteggiamento degli Italiani riguardo alla persistenza della crisi economica e del suo superamento che, secondo il governo, sarebbe in atto. Infatti, malgrado cresca la fiducia riguardo al futuro dell’economia (ci mancherebbe che fossimo addirittura pessimisti. Non sperare in tempi migliori significa desistere dalla lotta per evitare di essere travolti), permane nella pubblica opinione la sensazione di stare oggi molto peggio che prima del sorgere della crisi. Ciò emerge da un recente sondaggio, condotto dall’Istituto Eumetra Monterosa di Milano, su un campione rappresentativo della popolazione italiana al di sopra dei 17 anni di età. Alla domanda “stiamo uscendo dalla crisi economica che ha colpito negli anni scorsi il nostro Paese?”, solo il 4% dichiara che questa tendenza è decisamente in atto. Un 29% intravede cautamente dei deboli segnali, mentre il 67% degli intervistati, ritiene che gli effetti della crisi si vedono ancora fortemente e che la loro fine non è stata percepita. Insomma, gran parte degli Italiani non vede nella propria vita quotidiana quell’inversione di tendenza, quell’andamento positivo che pure gli indicatori macroeconomici suggerirebbero. Risulta più pessimista chi ha oltre 55 anni, cioè che sta terminando la vita lavorativa e ci si avvicina alla pensione e chi in pensione è già. Tra i pensionati la negatività riguardo all’uscita dalla crisi è ancora maggiore. Ciò è dovuto proprio alla circostanza che si tratta della categoria più trascurata, che ha visto erodere buona parte del proprio potere d’acquisto. I più giovani, fino ai 34 anni, sono all’inizio della carriera lavorativa e forse per questo sperano in un futuro positivo e appaiono più fiduciosi, specialmente coloro che esercitano una professione indipendente e si affidano alla propria capacità imprenditoriale. Questi orientamenti e questo clima di opinione vengono espressi in misura simile dagli elettori di tutti i partiti.
La diffusa sensazione che si sia lontani dalla fine della crisi ha naturalmente effetti rilevanti sulla percezione della propria situazione economica. La maggioranza degli intervistati (58%), sempre con un’accentuazione tra chi ha oltre 55 anni di età, ove questa risposta è data da 2 intervistati su 3) definisce la propria condizione peggiorata rispetto agli anni precedenti. Solo il 4% la vede migliorata rispetto al passato. Un’altra quota, minoritaria ma consistente (38%), ritiene invece che essa sia sostanzialmente uguale rispetto al passato.
Nell’insieme, emerge dunque un quadro di diffuso scetticismo se non di pessimismo sull’effettiva uscita del nostro Paese dalla crisi. Gli indicatori sembrerebbero confortanti, ma la percezione di una vera svolta non è percepita dalla maggioranza della popolazione, insoddisfatta e preoccupata. Tutto ciò si riflette anche sull’orientamento di voto, soprattutto ora che siamo alla vigilia di una importante tornata elettorale. L’aspetto economico inciderà moltissimo sulle scelte politiche ed elettorali di quella metà della cittadinanza che ancora si ostina ad andare a votare, ma forse non convincerà coloro che si sono disaffezionati al voto a ripresentarsi alle urne. Molto dipenderà dai programmi, dalla credibilità dei partiti e dall’omogeneità delle coalizioni, anche se la nuova legge elettorale non è destinata a semplificare il quadro politico, anzi. La casta ha sempre in mano il gioco e ne ha fissato le regole. A proprio vantaggio, naturalmente.

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