| categoria: Dall'interno

Mezzo secolo fa il terremoto del Belice: per i geologi la faglia è ancora attiva

belice-terremoto-625x350 (1)

belice-terremoto-625x350 (1)Antonio Fiasconaro

E’ trascorso mezzo secolo da quel lontano 14 e 15 gennaio 1968, quando alcune forti scosse di terremoto cambiarono per sempre l’assetto urbanistico e sociale di un territorio, quello della Valle del Belice in Sicilia tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo: più di venti Comuni colpiti e parecchi rasi al suolo, centomila persone coinvolte, più di 400 morti. Tutto il Paese scopre, in quello stesso istante, una regione povera, la Sicilia e lontana dai fasti del boom economico.

La prima violenta scossa si avvertì alle 13,28 del 14 gennaio: gravissimi i danni che provocò a Montevago, Gibellina, Poggioreale e Salapaurata. La seconda arrivò alle 14,15, questa volta la scossa si avvertì fino a Palermo, Trapani e Sciacca. Altra ancora due ore mezza dopo, alle 16,48 che causò altri gravissimi danni ancora a Montevago, Gibellina, Menfi, Salaparuta, Santa Margherita Belice, Santa Ninfa, Partanna, Poggioreale.

Nella notte del 15 gennaio un’altra violentissima scossa che si avvertì chiaramente anche a Palermo e si sentì anche nell’isola di Pantelleria. Poi, alle 3,01 altro evento, quello che provocò gli effetti più gravi e distruttivi. A questa se ne avvertirono altre, per complessive 16. Furono registrate strumentalmente 345 scosse. Nel periodo 14 gennaio-1º settembre 1968 le scosse di magnitudo pari o superiore a 3 furono 81.

Tra i 14 centri colpiti dal sisma vi furono paesi che rimasero completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta in provincia di Trapani, e Montevago in provincia di Agrigento.

I paesi di Santa Margherita Belice, Santa Ninfa, Partanna e Salemi ebbero dall’80 al 70% di edifici distrutti o danneggiati gravemente. Altri paesi che hanno subito danni ingenti sono: Menfi, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sambuca, Sciacca, Vita, Calatafimi-Segesta.

Un mese dopo il sisma, nella provincia di Trapani 9.000 senza tetto erano ricoverati in edifici pubblici, 6.000 in tendopoli, 3.200 in tende sparse e 5.000 in carri ferroviari, mentre 10.000 persone erano emigrate in altre provincie. Gli abitanti vissero per mesi nelle tendopoli e poi per anni nelle baraccopoli.

Nel 1973 i baraccati erano 48.182, nel 1976 erano ancora 47 mila. Le ultime 250 baracche con i tetti in eternit furono smontate soltanto nel 2006. Il bilancio totale fu di 400 morti tra i quali 10 soccorritori, un migliaio di feriti e 90mila sfollati.

Comunque, quella piaga, malgrado siano trascorsi cinquant’anni è ancora aperta e la terra nel Belice si muove ancora. Gli esperti osservano da tempo piccole fratture, sollevamenti del terreno e altre anomalie lungo una linea che da Castelvetrano conduce a Campobello di Mazara, tocca Capo Granitola e si allunga fino a mare.

Le immagini satellitari e l’analisi dei dati geodetici confermano che c’è ancora una faglia attiva. E sarebbe la stessa frattura che distrusse l’antica Selinunte e nel 1968 provocò il devastante terremoto. Di questo sono certi i ricercatori dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) di Catania e delle Università di Palermo, Catania e Napoli che da alcuni anni indagano sui fenomeni tellurici nella Valle.

La ricerca fa parte del progetto “Tettonica della Sicilia sudoccidentale”, coordinato da Mario Mattia. Un dettagliato rilievo geologico e strutturale a terra ha accertato, dice Mattia, «l’esistenza di zone di taglio, che si sono mosse in tempi recenti, e anomalie nel tasso di sollevamento delle antiche linee di costa». Le deformazioni del terreno sarebbero legate a fenomeni di scorrimento. Altre indagini geodetiche hanno rivelato l’esistenza della faglia,«espressione superficiale di una importante compressione che avviene a livelli profondi in quella zona della Sicilia».

Gli ultimi dubbi sono stati fugati dalle indagini geochimiche sia sui flussi di anidride carbonica dal suolo sia sulle acque.

«Le immagini fornite da queste esplorazioni geofisiche evidenziano – aggiunge Mattia – dislocazioni recenti all’interno delle calcareniti che costituiscono il fondale, e sono molto ampie e riferibili a faglie inverse».

In cima alla linea di faglia sono state osservate intense emissioni di gas, legate proprio alla presenza della faglia che permette la facile risalita dei gas lungo la sua estensione verticale. Anche in questo caso le anomalie riscontrate sulle emissioni sono tipiche di una zona caratterizzata dalla presenza di fratture. Gli studiosi sono in sostanza di fronte a fenomeni di cosiddetto “creep asismico”, ovvero a scorrimento in assenza di terremoti.

Una conferma ulteriore dell’attività tettonica persistente è venuta dalle scosse registrate nella zona di Castelvetrano a partire dal 29 settembre dell’anno scorso. Le scosse si sono ripetute dal 15 al 19 ottobre. La più forte, di magnitudo 3, è stata avvertita dalla popolazione. Tutte le informazioni sull’attività tettonica vengono costantemente aggiornate ma, affermano gli scienziati, non possono certo prevenire i terremoti. Rappresentano tuttavia uno strumento utile alla pianificazione urbanistica e danno un contributo alla elaborazione di una nuova mappa di pericolosità sismica in un’area a rischio sin dall’antichità.

Ti potrebbero interessare anche:

"Era ancora viva quando le ho dato fuoco"
VATICANO/ Ex-capo delle Guardie Svizzere: 'Forte lobby gay mina la sicurezza del papa'
UNIVERSITA'/ Maroni: 'La Regione Lombardia sostiene la rete di atenei'
Pescara, Montesilvano e Spoltore al voto per fondersi in un'unica municipalità
Giallo su pensionato sauicida a Civitavecchia. Ha perso tutto con il crac della banca
Quali cellulari dovranno dire addio a WhatsApp



wordpress stat