| categoria: Il Commento

LA MANOVRA ECONOMICA, TESTAMENTO DEL GOVERNO

di Maurizio Del Maschio

La manovra economica correttiva di fine anno è stata l’ultimo atto della XVII legislatura. Essa si incardina su poche grandi misure, anche perché la maggior parte delle risorse disponibili è assorbita dalla scelta di evitare l’aumento dell’IVA, previsto per quest’anno, rinviandolo al 2019. Come è accaduto con il decreto legge fiscale, il disegno di legge di bilancio approvato dal governo ha subito il Parlamento non pochi “ritocchi”. Tra le misure su cui si incentra la manovra si segnalano sgravi per i giovani, misure per arginare la povertà come il “reddito di inclusione”, interventi a favore di famiglie numerose, ritocchi al superticket sanitario, il bonus per i diciottenni e sconti sui mezzi di trasporto, provvedimenti incentivanti il risparmio energetico e aumenti agli statali. Fin qui si tratta di misure che si configurano in una sorta di mance e mancette e di gratificazione dei dipendenti pubblici, grande serbatoio elettorale della sinistra. Ad essi si aggiungono misure ulteriori per l’anticipo pensionistico per le donne, la fattura elettronica per i privati e la tassa sul web. Tra gli obiettivi raggiunti, molta enfasi viene data dal governo al rinnovo, dopo quasi dieci anni, dei contratti del pubblico impiego che, in prossimità di elezioni politiche, è un modo per cercare di assicurare il voto dei dipendenti dello Stato alla coalizione uscente. Aggravano la situazione pure gli aumenti previsti nelle tariffe elettriche e di gas nonché quelli riguardanti i pedaggi autostradali con le inevitabili ripercussioni sui prezzi finali dei prodotti che in Italia, come è noto, sono trasportati quasi esclusivamente su gomma e non su rotaia.
Ma le misure messe in atto dal governo e continuamente enfatizzate anche dai mezzi di comunicazione asserviti, hanno dato e daranno davvero un impulso alla crescita del nostro Paese? A dar retta alle cifre sciorinate dall’ISTAT e enfatizzate dal governo e dai mezzi di comunicazione compiacenti, sembrerebbe di sì. Molti indicatori e segnali sbandierati confermerebbero questo andamento positivo. Tuttavia, nel contempo, analisti e osservatori concordano sul fatto che si tratta di una svolta ancora incerta e poco consistente. Alla tendenza relativamente positiva in alcuni settori della produzione, in particolare quelli rivolti all’esportazione, corrisponde un regresso o una sostanziale stagnazione in altri. Ma la tanto strombazzata ripresa economica non è accompagnata da un significativo incremento dell’occupazione e pure i bilanci familiari non hanno registrato significativi progressi. Anzi, i dati sull’occupazione evidenziano una diminuzione del lavoro a tempo indeterminato e un aumento di quello a tempo determinato, accentuando la già preoccupante situazione di instabilità e di precarietà. Infatti, quest’anno scadranno i termini per le agevolazioni contributive per le imprese e molti posti di lavoro sono a rischio.
L’occupazione è uno degli aspetti della vita economica di un Paese che più riguardano direttamente la vita della popolazione. Non hanno motivo i nostri governanti di esaltarsi per i risultati raggiunti. Infatti, l’andamento debolmente positivo del Prodotto Interno Lordo, di per sé relativamente importante, è spesso interpretato dalla gran parte della popolazione come una variabile astratta e difficilmente percepibile, mentre l’incertezza o, peggio, la perdita del posto di lavoro hanno un impatto forte e conseguenze serie sulla pelle dei cittadini. È forse questo il fenomeno che spiega più eloquentemente la diffusa perplessità che si riscontra nell’atteggiamento degli Italiani riguardo alla persistenza della crisi economica e al suo superamento che, secondo il governo, sarebbe in atto. Infatti, malgrado cresca la fiducia riguardo al futuro dell’economia (ci mancherebbe che fossimo addirittura pessimisti. Non sperare in tempi migliori significa desistere dalla lotta per evitare di essere travolti), permane nella pubblica opinione la sensazione di stare oggi molto peggio che prima del sorgere della crisi. Ciò emerge da un recente sondaggio, condotto dall’Istituto Eumetra Monterosa di Milano, su un campione rappresentativo della popolazione italiana al di sopra dei 17 anni di età. Alla domanda “stiamo uscendo dalla crisi economica che ha colpito negli anni scorsi il nostro Paese?”, solo il 4% dichiara che questa tendenza è decisamente in atto. Il 29% intravede cautamente dei deboli segnali, mentre il 67% degli intervistati ritiene che gli effetti della crisi si sentono ancora fortemente e che la loro fine non è percepita. Insomma, gran parte degli Italiani non vede nella propria vita quotidiana quell’inversione di tendenza, quell’andamento positivo che pure gli indicatori macroeconomici suggerirebbero. Risulta più pessimista chi ha oltre 55 anni, cioè chi sta terminando la vita lavorativa e si avvicina alla pensione e chi in pensione è già. Tra i pensionati la negatività riguardo all’uscita dalla crisi è ancora maggiore. Ciò è dovuto proprio alla circostanza che si tratta della categoria più trascurata, che ha visto erodere buona parte del proprio potere d’acquisto. I più giovani, fino a 34 anni, sono all’inizio della carriera lavorativa e forse per questo sperano in un futuro positivo e appaiono più fiduciosi, specialmente coloro che esercitano una professione indipendente e si affidano alla propria capacità imprenditoriale. Questi orientamenti e questo clima di opinione vengono espressi in misura simile dagli elettori di tutti i partiti.
La diffusa sensazione che si sia lontani dalla fine della crisi ha naturalmente effetti rilevanti sulla percezione della propria situazione economica. La maggioranza degli intervistati (58%) definisce la propria condizione peggiorata rispetto agli anni precedenti. Solo il 4% la vede migliorata rispetto al passato. Un’altra quota, minoritaria ma consistente (38%), ritiene invece che essa sia sostanzialmente uguale rispetto al passato.
Nell’insieme, emerge un quadro di diffuso scetticismo, se non di pessimismo, sull’effettiva uscita del nostro Paese dalla crisi. Gli indicatori presentati a prima vista sembrerebbero confortanti, ma la sensazione di una vera svolta non è percepita dalla maggioranza della popolazione, insoddisfatta e preoccupata. Tutto ciò si riflette anche sull’orientamento di voto, soprattutto ora che siamo alla vigilia di una importante tornata elettorale. L’aspetto economico inciderà moltissimo sulle scelte elettorali di quella metà della cittadinanza che ancora si ostina ad andare a votare, ma forse non convincerà a ripresentarsi alle urne coloro che si sono disaffezionati al voto. Molto dipenderà dai programmi delle coalizioni, dalla loro solidità e omogeneità, dalla credibilità dei partiti nonché dallo spirito di corpo dei loro leader. Ma la nuova legge elettorale non è congegnata per semplificare il quadro politico, anzi. La casta ha sempre in mano il gioco e ne ha fissato le regole, a proprio vantaggio, naturalmente. Ora non saranno più gli elettori a indicare il premier, ma la casta che farà alto e basso, ad urne chiuse, alla faccia degli elettori. La Prima Repubblica non è certo morta, anzi, è più viva che mai.

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