| categoria: politica

COTTARELLI, FLAT TAX? PIÙ ENTRATE SOLO IN BULGARIA

Abolire la riforma Fornero? Si può anche fare ma costa troppo e non risolve il problema degli aumenti automatici dell’età della pensione. La flat tax? Di certo semplifica il sistema ma è un pò meno progressiva e ha bisogno di coperture certe, perché la misura non si autofinanzia e, finora, è riuscita a portare più entrate dove applicata «solo in Bulgaria». A fare una prima analisi tecnica delle proposte dei partiti per la campagna elettorale è l’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, oggi direttore del nuovo Osservatorio sui conti pubblici. La premessa è che per una valutazione più approfondita bisognerà aspettare che i programmi dei partiti siano pubblicati, e che le novità annunciate siano dettagliate nei particolari e, soprattutto, nelle coperture. Perché se è vero che margini di spending review ce ne sono ancora, è altrettanto vero che «le cose che fanno risparmiare subito purtroppo sono le più difficili» e vanno dai tagli a certi trasferimenti, come quelli per «il cinema o per l’ippica», a un intervento più deciso sugli stipendi dei dirigenti della P.a. fino al nodo politicamente bollente delle pensioni. Il suo piano, citato spessissimo ad esempio dal Movimento 5 Stelle, portava «32 miliardi in tre anni» ma «lordi», mentre per finanziare nuove misure servono coperture «nette». Non solo, diversi capitoli contenuti in quel piano sono già stati attuati, quindi è difficile che da soli possano portare fino a 50 miliardi di risparmi. Una possibilità resta quello delle tax expenditures, senza dimenticare, però, ogni intervento comporta «sempre conseguenze» e che bisogna badare a non cambiare troppo le carte in tavola in particolare in settori (come quello bancario o quello delle piattaforme petrolifere) dove si rischia di «perdere credibilità di fronte a investimenti sicuri». Alcuni degli interventi proposti nel suo piano, ha ricordato ancora Cottarelli, hanno trovato casa nella riforma Madia della pubblica amministrazione. Una riforma, osserva con rammarico l’ex commissario, che però al momento è «a risparmio zero», sia che si guardi la fusione tra Forestale e Carabinieri, sia se guarda al taglio delle partecipate pubbliche. Senza indicare i risparmi, aggiunge, «i soldi vanno ad alimentare altra spesa e non sono messi nella scala delle priorità per la riduzione della tassazione o il calo del deficit e del debito». Due punti, questi ultimi, su cui invece bisognerebbe agire con forza anche per rilanciare l’occupazione. Per creare più posti di lavoro «la cosa migliore da fare è ridurre la tassazione», non attraverso incentivi temporanei ma con «una detassazione stabile» e generalizzata, non focalizzata solo su alcune categorie. L’altro passaggio fondamentale «nel medio periodo per l’occupazione è ridurre il debito». Non bisogna dimenticare che «noi subiamo ancora oggi le conseguenze non della stretta fiscale del 2012 ma di quello che l’ha resa obbligatoria, cioè il fatto che non riuscivamo più a prendere a prestito dai mercati». In generale la politica dei bonus non piace molto all’ex commissario che non avrebbe introdotto nemmeno «quello per i diciottenni, quello per i professori, o il bonus bebè». Non è così «che si sostiene la natalità. Servono invece asili nido, sostegno del reddito per chi ha figli» e una serie di strumenti «come quelli applicati in Svezia», ma «al momento non abbiamo abbastanza soldi per dare uno choc di questo genere». Il tema, insomma, resta sempre quello di stabilire le priorità e forse intervenire ancora sulle pensioni non è tra queste, anche perché costerebbe caro al Paese: si parte da «qualche miliardo, per salire a 10-15 miliardi con punte di 1,5 punti di Pil. Nell’intero periodo in termini cumulati sono 20 punti percentuali di Pil. Per un paese già con debito al 130% non è una cosa da niente». L’età della pensione, peraltro, resterebbe agganciata all’aspettativa di vita, come previsto da «una delle riforme di un governo Berlusconi». Infine la flat tax, che «si può fare se si trovano coperture» che non siano «incerte» visto che «anche eliminando le detrazioni, a seconda di dov’è l’aliquota rimane un buco tra i 30 e i 40 miliardi». Non regge l’ipotesi che la misura si autofinanzi: «Se si guardano le esperienze degli altri paesi, nella maggior parte dei casi non c’è stato un aumento delle entrate» con l’unica «vera eccezione della Bulgaria». In altri casi c’erano infatti motivazioni specifiche. In Russia, ad esempio, l’intervento è stato in concomitanza al «boom petrolifero e a un inasprimento dei controlli», in due «repubbliche baltiche l’aumento si è registrato perché l’aliquota flat era più alta della media della tassazione precedente».

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