| categoria: editoriale

Il partito, discutibile, dei direttori

Giornalisti in parlamento. Il fenomeno non è nuovissimo, anzi, celebri trasmigrazioni dal mondo dei media a quello della politica si ricordano fin dagli anni Sessanta-settanta. Ma avevano valenze e significati diversi-. Negli ultimi anni è diventato un mercato ai limiti della decenza. Come si può sostenere l’indipendenza di una professione e poi accettare una comoda buonuscita in Parlamento? Oggi la questione si fa acutissima e insopportabile e queste elezioni del 2018 finiranno nei manuali di studio. Qualcuno ha già detto e scritto che si sta affermando un partito trasversale dei direttori.. Mai così tanti giornalisti eccellenti sulle schede elettorali come il prossimo 4 marzo, scrivono allarmati gli stessi commentatori dei giornali, forse frustrati dal fatto di non essere nell’elenco. L’ultimo in ordine di tempo è l’ annuncio di Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, che lascia il quotidiano di largo Fochetti per candidarsi con il Pd e «portare le battaglie culturali, dai diritti civili alla libertà di pensiero, dove possono diventare realtà». I primi a ingaggiare i direttori, in questa tornata elettorale, sono stati però i Cinquestelle. Per anni sul blog di Grillo i cronisti venivano messi alla gogna, stavolta vengono candidati. E i direttori schierati sono ben quattro: Gianluigi Paragone, ex direttore de La Padania, quotidiano leghista, ex conduttore di La Gabbia su La7 ed ex direttore Rai. Arruolato anche Emilio Carelli, il primo direttore di SkyTg24 e fondatore del TgCom. Con i grillini inoltre l’ ex numero uno del Centro, Primo Di Nicola, e l’ ex direttore di ilSicilia.it, Alberto Samonà. Niente male. Inutile andare a rovistare nella storia pregressa di questi candidati. Tutti folgorati sulla via di Damasco? Nel centrodestra Silvio Berlusconi si è già assicurato le candidature do Andrea Cangini e Giorgio Mulé, rispettivamente direttori di Qn e (seppur da uscente) Panorama. Dalla stessa famiglia editoriale di Cerno spuntano inoltre altri possibili candidati dem: si fanno i nomi di Federica Angeli e Concita Sannino, anche se le interessate sarebbero intenzionate a declinare l’ offerta del Nazareno. Un giornalista di Repubblica, Carlo Picozza, che da anni segue proprio i temi della sanità regionale, è infine addirittura il capolista della civica di Nicola Zingaretti alla Regione. Per il Lazio si era speso il nome di Genny Sangiuliano, oggi vice direttore del Tg1, ex vice direttore di Libero, ma pare si sia tirato indietro in tempo. Senza scavare in un passato lontano si possono citare nelle ultime legislature le figure di Gianni Mottola, di Gambescia, Minzolini, Mucchetti, Bonaiuti (anche in questo caso fior di direttori e vice direttori) e diverse figure minori. Ma sono stati tantissimi, si diceva, i giornalisti che in passato hanno passato la linea di confine indossando una casacca politica. Va detto, nessuno ha lasciato il segno, un ricordo. Qualcuno è tornato sui suoi passi, bollito, prosciugato da una esperienza di contiguità con il potere. Nessun vero leader, come magari appariva nel giornale di provenienza. E questo aprirebbe la strada ad altre considerazioni. Nessuno si è scandalizzato, nella platea dei lettori, dell’opinione pubblica. Forse perché la appartenza alla casta, la appartenza politica dei singoli è sempre stata manifesta e ha prevalso sul senso di indipendenza che la professione giornalistica suggerisce? E si vuol parlare di quarto potere? Meglio lasciare il concetto ai saggisti o a chi ne dibatte nelle aule universitarie.

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