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Il Sessantotto 50 anni dopo, un movimento che ha cambiato il mondo

sessantottoHa lasciato tracce di cui spesso nemmeno ci si rende conto. Nulla è più stato come prima dopo le proteste esplose nel Sessantotto. E ora, a mezzo secolo dalla contestazione che ha fatto il giro del mondo si continua a discutere di quello che ha significato, di quello che ha lasciato. Una rivoluzione senza precedenti: riuscita? fallita?, ma che comunque ha cambiato lo stile di vita, unito nella lotta studenti e operai, modificato il diritto di famiglia, visto nascere il femminismo e lo statuto dei lavoratori.

Un movimento sociale e politico di protesta per i diritti civili, che ha rivelato le contraddizioni delle società capitaliste avanzate. Un mondo in rivolta che sembra spento, attaccato e osannato, che non ha mai smesso di far discutere. Ad accendere la miccia sono stati gli studenti universitari. Partito nella metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti con le proteste contro la guerra in Vietnam, la nascita del movimento hippy, il Sessantotto è stato un vento contagioso, una tempesta che ha investito rapidamente l’Europa occidentale e ha avuto il suo apice nel breve ma intenso Maggio francese.

In Italia il movimento di protesta era partito con due anni d’anticipo ed è durato più a lungo di quello francese. Nel 1966 il giornale studentesco del liceo Parini di Milano, La Zanzara, pubblicò un’inchiesta sulla libertà sessuale e i redattori Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano e il preside dell’Istituto vennero processati.

La prima università italiana a venir occupata è stata quella di Trento e poi nel 1967, l’anno in cui morì Che Guevara, la Cattolica di Milano, la Facoltà di Lettere di Torino, fino al 1 febbraio 1968 quando venne occupata la facoltà di lettere a Roma. E proprio a quel 1 febbraio, MicroMega dedica, 50 anni dopo nello stesso giorno, una giornata di dibattito dalle 10.30 alla Sapienza di Roma, con la presentazione anche dei due numeri monografici che la rivista dedica al Sessantotto, in edicola dal 25 gennaio. La contestazione è uscita poi nelle strade ed è arrivata nelle fabbriche. L’onda lunga che ha visto sollevarsi tutte le Università italiane è arrivata con un corteo di protesta, il 1 marzo a Valle Giulia, sede della facoltà di architettura, vicino a Villa Borghese.

Gli scontri con la polizia sono durati ore e l’eco mediatico è stato immenso. E un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova occuparono il Palazzo della Triennale. Nell’Italia del “miracolo economico”, dell’individualismo e della corsa ai consumi, i giovani si sono sollevati spontaneamente tutti insieme per un mondo più autentico e giusto.

Leader del movimento studentesco milanese era Mario Capanna insieme a Salvatore Toscano e Luca Cafiero. A Torino c’erano Luigi Bobbio e Guido Viale, a Padova Massimo Cacciari, Toni Negri ed Emilio Vesce e a Roma Franco Piperno e Oreste Scalzone mentre a Pisa Gian Mario Cazzaniga e Adriano Sofri. In questo contesto fece scalpore la posizione di Pier Paolo Pasolini che si schierò con i poliziotti considerati dallo scrittore i veri proletari mentre gli studenti, secondo lui, erano per la maggior parte figli di papà. Dalle Università, dove gli studenti rivendicavano l’accesso a tutti, non solo a chi aveva frequentato il liceo classico o scientifico, come era previsto allora; alle famiglie, di cui si combatteva l’autoritarismo e furono tanti quelli che cominciarono a uscire di casa, alla rivendicazione controculturale, quello spirito libertario, anche nei rapporti privati, si spostò dalle università alle fabbriche, con la richiesta della riduzione dell’orario di lavoro e di un salario uguale per tutti.

Ed ecco le rivolte degli operai nel ’69 e in quell’anno l’autunno sindacale, la nascita di gruppi rivoluzionari antagonisti al Partito comunista, da Potere Operaio a Lotta Continua ad Avanguardia Operaia a Il Manifesto. Famosi gli slogan e i motti da ‘Fate l’amore, non fate la guerra’ a ‘Pagherete caro, pagherete tutto’ a ‘L’immaginazione al potere’ a ‘Lavorare meno lavorare tutti’.

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