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Salute femminile. Ogni anno in Italia 50 mila isterectomie inutili

Ogni anno in Italia vengono effettuate 70 mila isterectomie: il 75% di queste vengono eseguite per malattie benigne come metrorragie o miomi, meno frequentemente per prolasso (7%). Meno del 18% è effettuata per un cancro. La loro frequenza sembra inoltre essere più alta nei piccoli centri e riguardare più frequentemente donne di basso ceto sociale e residenti nel Sud Italia.

Sono questi i dati presentati nel corso di una tavola rotonda organizzata a Roma il 2 febbraio da Arbor Vitae, Centro di Endoscopia Ginecologica, con il patrocinio del Consiglio Regionale del Lazio, nel corso del quale è stata avanzata la proposta di istituire un tavolo tecnico con il ministero della Salute, le Regioni, ospedali/cliniche private convenzionate, società scientifiche e associazioni dei pazienti per definire in maniera sistematica il modo di affrontare i fibro-miomi uterini.

“Il panorama delle tipologie di fibromiomatosi è vastissimo e variegato e non in tutti i casi è necessario intervenire, né tantomeno in modo demolitivo”, ha spiegato Stefano Lello della Fondazione del Policlinico Gemelli di Roma. “Va quindi lasciato spazio alla valutazione del caso specifico da parte del medico (per numero di fibromi, tipologia, età della paziente, aspettative)”.

D’accordo il presidente di Arbor Vitae Ivan Mazzon, che sottolinea quanto sia importante “fermare il dilagare di isterectomie improprie e interventi chirurgici inutili, salvaguardare l’utero e procedere al trattamento solo di casi sintomatici. Quindi, largo alle tecniche più innovative ma conservative come la chirurgia isteroscopica o la miomectomia ad ansa fredda. Laddove si debba invece per forza procedere con un’isterectomia – ha aggiunto – l’invito è a ridurre quelle in via laparotomica e aumentare quelle in via endoscopica”.

Proprio secondo questa filosofia, sono state messe a punto di recente le “Linee Guida/Raccomandazioni sulla diagnosi e trattamento delle Fibromiomatosi” dall’Aogoi (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani), SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), AGUI (Associazione Ginecologi Universitari Italiani), con il coordinamento della Fondazione C. Ragonese.

“Si tratta di una pubblicazione di circa 70 pagine, con raccomandazioni su come inquadrare le diverse situazioni cliniche e procedere per ogni singolo caso con un approccio personalizzato, tenendo conto dei continui aggiornamenti della ricerca medica e farmacologica”, ha spiegato il segretario regionale Aogoi Lazio Enrico Vizza che ha coordinato il panel di esperti.

Il tutto senza perdere di vista le aspettative e la qualità di vita della donna: “Scoprire di avere un mioma crea grande disorientamento e il rischio di documentarsi in modo errato è alto”, ha affermato Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna Onlus. “Inoltre, il desiderio di maternità si è spostato tra i 35 e i 40 anni. Le donne oggi sono più attente all’integrità della loro femminilità prima e dopo la menopausa”.

“Scegliere l’iter di cura più adatto vuol dire anche non compromettere la capacità riproduttiva della donna e specie dopo tecniche di fecondazione in vitro non mettere a rischio le capacità di impianto degli embrioni”, ha precisato Ermanno Greco del Centro di Medicina della Riproduzione dello European Hospital di Roma,

“Da qui la necessità di avviare un tavolo tecnico, realizzare una piattaforma web che informi il paziente sui centri di eccellenza (in base ai numeri di pazienti curati/operati), le best practice, le terapie innovative e i percorsi guidati diagnostico-terapeutici identificati sulla base delle Linee guida, oltre ad una campagna di informazione per i cittadini con una giornata dedicata al check up gratuito ginecologico”, ha concluso il presidente della Commissione Politiche Sociali e Salute del Consiglio Regionale del Lazio Rodolfo Lena.

06 febbraio 2018
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