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SEDICENNE SUICIDA,GIUDICE “SGRIDA” I DOCENTI

Il drammatico processo in corso a Forlì ai genitori di Rosita Raffoni, una 16enne che nel 2014 si gettò dal tetto del suo liceo, vive una nuova polemica: tra il mondo della scuola e il giudice. Il presidente della Corte di assise ha infatti ‘ripresò gli insegnanti chiamati a testimoniare, accusandoli in sostanza di non aver fatto abbastanza per la liceale. I docenti rispondono con una lettera e 200 firme, per dire che non ci stanno a essere additati come responsabili e che in un caso del genere non è giusto cercare un facile capro espiatorio. Imputati sono la madre di Rosita, che si chiama come la figlia, per maltrattamenti fino alla morte. Il padre, Roberto Raffoni, risponde anche di istigazione al suicidio. La Procura forlivese li ha portati a giudizio accusandoli di aver isolato la ragazzina, di averla umiliata, facendola vivere in un clima di costante deprivazione affettiva e di solitudine, di totale svalutazione della personalità, affermando e dimostrandole che era una persona indegna di qualsiasi tipo di fiducia. E quando lei non ne poté più e minacciò di farla finita, la sfidarono ad uccidersi, dicendole che così avrebbe risolto i suoi problemi e anche i loro. Nell’udienza del primo febbraio sono saliti sul banco dei testimoni alcuni insegnanti, dicendo, in sostanza, di non aver capito quello che Rosita stava vivendo. «Da voi insegnanti ci si aspetta di più. È emerso il disagio di Rosita e voi dite che non vi siete accorti di niente. Se aspettate segni chiari e palesi, allora queste cose continueranno», li ha ‘ripresì allora il presidente della Corte, Giovanni Trerè. In risposta, alcuni professori del liceo classico frequentato dalla giovane hanno diffuso una lettera firmata da una settantina di persone della scuola e per solidarietà da altri 150 colleghi, di Forlì e non solo: «La sensazione più diffusa – si legge nel testo – è che siamo isolati di fronte a tutto quanto la società non sa gestire e che trovare un facile capro espiatorio per ogni situazione non giovi davvero a nessuno». E ancora: «Sembra che a volte si pretenda che possediamo i ‘superpoterì per ipotizzare e capire oltre la realtà umanamente percettibile». Gli insegnanti, insomma, non ci stanno a essere «socialmente delegittimati». «Certamente – si legge nel passaggio conclusivo, pubblicato sulla stampa locale – ci sentiamo isolati nel dolore (sì, lo proviamo ancora) per aver perso una splendida giovane mente che amava molto studiare con noi».

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