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Il Pd cerca una exit strategy

Lo scatto d’orgoglio non c’è, solo la lagna, la lamentela e lo scaricabarile sembrano l’esercizio preferito del segretario Matteo Renzi, che nega con tutte le sue forze ogni responsabilità e le prova tutte per giustificare la situazione e una sconfitta che ad oggi sembra inevitabile. Un florilegio di frasi spot irritanti .”Se non vince il Pd, non è un problema del Pd ma un problema dell’ Italia». «Siamo circondati da messaggi che ci vogliono far paura». «Alla gente che vuole votare moderati o sinistra radicale, dico: ma siete pronti a un governo a trazione leghista, con Salvini che dà le carte e Casapound l’ appoggio esterno; «Dobbiamo scuoterci di dosso la rassegnazione, la stanchezza e la paura. Basta piangersi addosso, saremo il primo partito e il primo gruppo parlamentare, se facciamo quello che dobbiamo fare». Paradosso dei paradossi. Il Pd non ha ancora perso, i vertici del partito potrebbero cercare di ricompattarsi e cercare una reazione mediatica che rovesciasse la situazione. Ma prevale l’autocommiserazione. Si crogiolano nel dolore e nella frustrazione di non essere stati capiti dal paese, il pentimento non appartiene alla classe dirigente del Pd. E quindi teniamoci le previsioni: i famosi cespugli attesi sotto l’1% (Lorenzin e Nencini) e sopra la soglia del 3% (Bonino) toglieranno seggi ai democratici, la corsa al ribasso appare irrefrenabile, la soglia del venti per cento è un incubo. Se la ridono transfughi e rottamati, masticano amaro i colonnelli di piazza del Nazareno emarginati ma non fuoriusciti dal partito, servono i grandi “padri” per dare coraggio. Prodi ha preso le distanze, resta Walter Veltroni, sempre pronto a salvare la patria democratica. Perfino le quotazioni del modesto ( ma dato per vincente nel Lazio) Zingaretti sono in risalita: lui che ha messo in piedi un sistema di poteri e di interessi che ruota attorno alla sua figura di leader de ‘noantri’ di sapore socialista-democristiano dei tempi che furono. Così il Pd dalla crisi non riuscirà certo ad uscire. Manca un’idea, serve una genialata politica che vada al di là delle solite promesse elettorali alle quali la gente non crede più. Il quadro è ancora abbastanza confuso e la quota percentuale degli incerti è altissima. Non convincono fino in fondo gli altri aspiranti al potere e il Movimento Cinque Stelle non offre garanzie sufficienti. Almeno non ancora. E’ una delle peggiori campagne elettorali degli ultimi anni, sconclusionata, senza idee guida e senza soldi. I candidati sembrano quasi rinunciare a promuoversi fidando nella buona stella. Un happening agghiacciante, visto che ci sono di mezzo le sorti del paese

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