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Un’Italia fuori di testa

Il caso Cisterna di Latina è l’ennesima sberla ad un paese che sembra in preda ad una crisi di nervi, che vive in un clima di tensione latente da troppo tempo, bombardato incessantemente dai media e assediato dai problemi che politici e amministratori non sanno gestire e risolvere (l’ultimo in ordine di tempo quello degli effetti di Burian). Tre morti e una quarta persona in condizioni disperate sono un bilancio pesante. Questa volta non c’è l’immigrato di mezzo, non c’è il rapinatore albanese, la politica non può indignarsi e non è in grado di proporre un rimedio. Una tragedia familiare che – come al solito – si sarebbe potuta evitare solo se esistesse una rete di controllo, solo se ognuno facesse il proprio dovere civico e professionale. Ma questa Italia è fuori di testa, che non ragiona, non si interroga, non è in grado di proteggere se stessa. Si dicono le solite cose, si pongono i soliti interrogativi. Possibile che nessuno avesse colto dei segnali di disagio, nessun segno premonitore? Ma la gente, intorno, dove stava, come viveva? E i colleghi, i superiori dell’omicida-suicida non si erano accorti di niente, il militare si comportava normalmente? Sapevano dei suoi problemi familiari, facevano finta di niente? Ci sono responsabilità oggettive da questo punto di vista? Fatti di sangue e di violenza sono all’ordine del giorno, uno stillicidio continuo. Non si salva nessuno. Ci sono di mezzo immigrati, uomini e donne traditi, lavoratori disperati e figli allo sbando. Ma molto spesso, troppo spesso, gli episodi di violenza vedono protagonisti uomini con la divisa. E armati. Uomini che si sono candidati e sono stati scelti per proteggere la comunità e che risentono come e più di altri, probabilmente, il peso di vivere e fare un lavoro a rischio nella difficile situazione di oggi. Vittima del burn out, dicono gli psicologi. Dare in mano una pistola a qualcuno è di per se stesso una responsabilità, presuppone la verifica di un equilibrio psichico e mentale, sottintende qualità e abilities. Carabinieri, poliziotti, guardie giurate sono troppo spesso protagonisti- in negativo – per vicende personali, nulla a che fare con il loro impiego. E che finiscono male. Sono episodi di sangue, a casa, in caserma, per strada. Evidentemente qualche interruttore scatta, in certe circostanze, e non tutti sono in grado di rispondere in modo adeguato alla sollecitazione del cervello. Ma chi sceglie questi soggetti, chi dà loro un relativo potere, chi mette loro in mano una pistola, un’arma, lo ha fatto consapevolmente e in piena coscienza, ha filtrato bene il candidato? Una risposta delicata, per l’Arma dei Carabinieri, chiamata ovviamente a fare quadrato per difendere l’immagine del corpo. Poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, guardie giurate sono uomini come gli altri ma con oneri in più e chi li mette in partita, in situazioni di stress e di rischio, dovrebbe garantire alla collettività per loro. Appellarsi al luogo comune delle mele marce in un corpo sano non vale più, in un paese stressato e stremato come il nostro. Che almeno le forze dell’ordine facciano fino in fondo la loro parte

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