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Pd: ‘Renzi non parteciperà a prossime primarie’

PD: ORFINI, RENZI SI E' DIMESSO LUNEDI'. LETTERA FORMALE
Non si può «fare finta che sia colpa di uno solo». Non può farlo, soprattutto, chi fino al 4 marzo «era nella maggioranza del partito». Il messaggio di Luca Lotti, braccio destro di Matteo Renzi, è rivolto a Dario Franceschini e a chi in queste ore sta prendendo le distanze dal segretario dimissionario, oltre che ai leader di minoranza Andrea Orlando e Michele Emiliano. Arriva nel giorno in cui Ettore Rosato assicura che Renzi è già un «ex» e non ha alcuna intenzione di succedere a se stesso: «Non parteciperà alle prossime primarie». E mette in chiaro che il «senatore di Firenze» non ha intenzione di farsi mettere all’angolo, fare da capro espiatorio: non si farà scavalcare nelle scelte in Parlamento e per il governo. Nel giorno in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lancia il suo primo appello alla responsabilità, è Lotti a indicare la linea renziana: «Siamo pronti come sempre» ma «forse anziché parlare del Pd, che ha perso e starà all’opposizione, è il momento di vedere cosa vogliono fare i vincitori Salvini e Di Maio». Questa è la linea Pd, affermano dal Nazareno, perché nonostante le dimissioni del segretario i gruppi sono a maggioranza renziana: 38 su 56 al Senato, il 70-80% alla Camera, dove i deputati sono 112. Dunque i renziani eleggeranno i capigruppo che andranno alle consultazioni. Discorso chiuso? No, perché alla lunga – ammettono tutti – gli equilibri possono cambiare. E nell’ora dei veleni, si incrociano sospetti. Rosato assicura che «il 99%» dei futuri deputati è contro una ipotesi di un sostegno a un governo M5s (c’è il sì solo di Emiliano), circola l’ipotesi che parte della maggioranza del partito sia tentata da un sostegno esterno a un governo di centrodestra (non a guida Salvini, ma di un leghista moderato). Suggestioni, per ora. Così come quella di un governo di larghissime intese per evitare il ritorno alle urne. La direzione lunedì, alla quale Renzi ancora non ha deciso se andare, ufficializzerà la linea dell’opposizione e affiderà la reggenza a Maurizio Martina, nell’attesa dell’assemblea che ad aprile sceglierà se eleggere un segretario di transizione (magari lo stesso Martina, per poi tenere il congresso nel 2019) o indire subito le primarie (ma Calenda per statuto, ricorda Rosato, non potrebbe candidarsi). Il vicesegretario, in queste ore starebbe lavorando all’ipotesi di un organismo collegiale che lo affianchi in questa fase, come chiede l’area Orlando, ma deve fare i conti con il no dei renziani. Intanto Lotti attacca chi addossa tutte le colpe a Renzi: «Ha ragione il ministro Orlando quando chiede un dibattito nel Pd, sul Pd. Perché sentire pontificare persone che non hanno mai vinto un’elezione è imbarazzante». Lotti, forte di aver «vinto il collegio senza paracadute», invita a una riflessione «chi ha perso nel collegio di residenza ma si è salvato col paracadute» (un’allusione a Franceschini?), i governatori di Regioni dove il Pd è andato male (Bonaccini e Serracchiani?) e «chi non ha proprio voluto correre» (Orlando?). Orlando, che avrebbe sentito al telefono Lotti, con i suoi osserva che il messaggio è rivolto «ai renziani in fuga» (anche perché ricorda di aver chiesto a suo tempo di correre in un collegio). E in effetti in queste ore i renziani puntano il dito soprattutto contro Franceschini, sospettato – i parlamentari vicini al ministro negano – di trattare con M5s e destra per la presidenza della Camera. Lunedì in direzione il ‘redde rationem’ in corso avrà una prima scena pubblica. Ma i padri nobili stanno cercando di evitare che il partito ‘saltì. Walter Veltroni avrebbe incontrato Martina in giornata, mentre Romano Prodi, su Repubblica, si è detto convinto che «il Pd non è morto». Molto più amara l’analisi dell’ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, che invita il partito a mostrare «senso di responsabilità» e descrive la disfatta elettorale come «un evento annunciato», anzi «un destino quasi compiuto: tutto lo faceva prevedere

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