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Scacco a “Cosa Nostra” Tiburtino: maxi operazione antidroga con 39 arresti

125922406-9f59ae7a-760f-48f2-b3a0-a7468dbef95e – Minacce, pestaggi, sfregi al volto e ‘processì ai sodali che sgarravano. Sgominata dai carabinieri un’organizzazione dai «connotati mafiosi» dedita al traffico e allo spaccio di stupefacenti nell’area est della Capitale. Trentanove gli arrestati che sono accusati, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, armi ed estorsioni, aggravati dal metodo mafioso. Tra loro anche 7 donne che avrebbero avuto un ruolo chiave e aiutato i mariti nei processi decisionali. Indagato per favoreggiamento anche l’avvocato Francesco Tagliaferri, ex presidente e attuale consigliere della Camera penale di Roma. Accusa che il legale respinge con fermezza. «Mio desiderio – dice – è chiarire e spiegare ogni cosa. Il mio comportamento è assolutamente riconducibile al mandato professionale che avevo ed al rapporto con i miei assistiti». E anche le Camere Penali fanno quadrato su Tagliaferri, sottolineando come «la verità è che la nostra professione, che, ricordiamolo, è quella di stare accanto alle persone accusate di delitti anche gravi, spesso private della libertà, ci espone al rischio di infamanti equivoci». L’operazione è scattata all’alba e sono stati impiegati circa 300 carabinieri del Comando Provinciale, con l’ausilio del nucleo elicotteri, cinofili e 8ø Reggimento Lazio, per eseguire l’ordinanza del gip di Roma su richiesta della DDA. «Un’organizzazione molto agguerrita» l’ha definita il procuratore aggiunto della DDA di Roma, Michele Prestipino, che utilizzava «un’inaudita violenza» nei confronti di componenti di gruppi antagonisti che si ‘allargavanò e di sodali che non rispettavano le regole. I componenti che ‘sgarravanò sarebbero stati sottoposti a veri e propri processi sommari davanti ai vertici del gruppo e, in caso di ‘condannà, venivano puniti con pestaggi e sfregi al volto, come riscontrato in almeno un caso. Una pratica che, secondo gli inquirenti, assume i tratti tipici della cosca. Il gruppo sarebbe stato così spregiudicato da pedinare alcuni carabinieri impegnati nelle indagini. Avrebbero studiato abitudini e spostamenti individuando anche le abitazioni dei militari per «adottare azioni ritorsive nei loro confronti come risposta ai numerosi arresti e sequestri eseguiti nei confronti di appartenenti del sodalizio». «Allora bisogna sparargli pure qua… così se ne va pure da qua» avrebbe detto una delle donne arrestate al compagno Giacomo Cascalisci, considerato capo dell’organizzazione, parlando tempo fa di un carabiniere che si occupava delle indagini in una conversazione intercettata. In un altro colloquio contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare due arrestati manifestavano l’intenzione di bruciare la casa di un ispettore di polizia in servizio al commissariato di zona: ®Andiamo là e bruciamo tutto«. Accanto al capo ci sarebbero stati due ‘colonnellì Cristian D’Andrea e Massimo Piccioni che si sarebbero occupati delle piazze di spaccio, dirigendo vedette e pusher.

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