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Trump firma i dazi, e 11 paesi del Pacifico si accordano sul commercio senza gli Usa

US President Donald J. Trump holds a meeting with members of his CabinetStiamo fronteggiando un attacco al nostro Paese». Sfidando la comunità internazionale, i mercati e le istituzioni finanziarie mondiali (ultimo in ordine di tempo Mario Draghi), il suo partito e alcuni ministri chiave, Donald Trump firma i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio con una cerimonia alla Casa Bianca, circondato da quelle ‘tute blù che dice di voler proteggere insieme alla sicurezza nazionale. Ma, mentre 11 Paesi rispolverano il patto commerciale transpacifico (Tpp) in funzione anti-Usa, sceglie una soluzione «flessibile», riservandosi di aumentare o abbassare i dazi in qualsiasi momento e di esentare provvisoriamente alcuni Paesi. Per ora Canada e Messico, anche se solo in subordine ad una efficace rinegoziazione dell’accordo di libero commercio nordamericano Nafta. Agli altri concede 15 giorni di tempo per trovare soluzioni alternative, esaminando i loro comportamenti non solo sul piano commerciale ma in parte anche su quello militare. L’obiettivo futuro è la «reciprocità di tassazione», avvisa il tycoon, che intanto invita le aziende straniere a produrre negli Usa. Trump si era detto «impaziente» di firmare le nuove misure sin dal mattino su Twitter, annunciando subito però «grande flessibilità e cooperazione verso quelli che sono i veri amici e ci trattano equamente, sia sul piano commerciale che militare». Un criterio ribadito poco più tardi in una riunione di governo alla Casa Bianca, l’ultima di Gary Cohn, «un globalista che tuttavia mi piace ancora e che ho la sensazione ritornerà», ha sottolineato il presidente, riferendosi al consigliere economico dimissionario perché contrario ai dazi. «Saremo molto equi e molto flessibili», ha insistito Trump. «Abbiamo relazioni molto buone con l’Australia», ha detto facendo intravedere l’ipotesi di una sua esenzione dalle tariffe. «Faremo qualche cosa con altri Paesi», ha proseguito, mostrandosi però molto critico con Berlino, e non solo sul commercio: «abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un pil molto più importante. Questo non è giusto». La Ue ha già pronte misure di ritorsione sino a 3,5 miliardi di dollari su un’ampia gamma di prodotti americani, realizzati in particolare nei ‘red statè, per mettere in difficoltà Trump nelle elezioni di midterm. Ma Bruxelles spera ancora di trattare: «la Ue è uno stretto alleato degli Stati Uniti e continuiamo a essere del parere che debba essere esclusa da queste misure», ha twittato il Commissario europeo per il commercio, Cecilia Malmstrom. «Cercherò maggiore chiarezza su questo tema nei giorni a venire. Non vedo l’ora di incontrare il rappresentante Usa per il commercio Robert Lighthizer sabato a Bruxelles per discutere», ha aggiunto. Gli ha fatto eco il presidente del gruppo Ppe all’ Europarlamento Manfred Weber: «deploriamo profondamente l’annuncio di Trump sui dazi. L’Ue non vuole una guerra commerciale. Ma non accetteremo questo comportamento aggressivo dagli Usa senza reagire. L’Europa deve essere chiara e ferma ma proporzionata nella sua risposta agli Usa». Anche la Cina, vero bersaglio per il suo eccesso di produzione sovvenzionata di acciaio, è sul piede di guerra e minaccia «un’appropriata e necessaria risposta». «Scegliere la guerra commerciale è una soluzione sbagliata. Alla fine si danneggiano gli altri e se stessi», ha affermato il ministro degli Esteri Wang Yi. Ma la risposta forse più preoccupante per gli Usa l’hanno già data gli undici Paesi che hanno firmato oggi in Cile una nuova versione del Tpp, un accordo di libero scambio che copre 500 milioni di consumatori abbattendo i dazi. Tra i firmatari, che insieme rappresentano il 13,5% dell’economia mondiale, ci sono anche alleati di primo piano degli Stati Uniti, come Canada, Giappone e Australia. L’intesa era stata proposta negli anni scorsi da Barack Obama per fermare l’ascesa di Pechino ma poi Trump aveva deciso di uscirne: ora gli Usa ne diventano il bersaglio, mentre la Cina potrebbe essere spronata ad entrare. Ma per adesso Trump, stretto tra il Russigate e lo scandalo dell’affaire con la pornostar Stormy Daniels, tira dritto sui dazi, incurante anche della lettera di 107 parlamentari repubblicani timorosi che una guerra commerciale freni la crescita Usa

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