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Facciamo saltare Zingaretti? Pronti. Ma senza perdere lo stipendio

Tutti dal notaio. Per una rievocazione del «metodo Marino» da applicare sul neo eletto governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Solo che questa volta, la maggioranza per far scattare l’operazione ci sarebbe già senza aiuti esterni. Ovvero i 26 consiglieri di opposizione che hanno perso sì le elezioni, ma hanno comunque un voto in più in consiglio rispetto alla coalizione di centrosinistra per via dell’anatra zoppa, partorita dalle urne. Pare vero. Ma non lo è, anche se i media romani si sono innamorati dell’idea. Tutto sembra partire da Sergio Pirozzi, pronto a rovesciare la frittata e a mettere alle corde il neo governatore. Ne parla con i i leader degli altri due gruppi: Stefano Parisi e Roberta Lombardi. Che prendono tempo per educazione poi fanno capire che è più semplice mettere in mora Zingaretti dopo il suo insediamento, la distribuzione delle poltrone (quelle che contano, a cominciare dalle presidenze delle commissioni regionali). Più chiara la Lombardi, più sfumato Parisi, comunque tutto finisce a tarallucci e vino e Pirozzi ci fa una magra figura. Avevano sognato tutti. Lo schema in teoria era semplice: in caso di dimissioni di massa delle minoranze, Zingaretti decadrebbe subito, verrebbero riconvocate le elezioni entro sessanta giorni e il governatore non si potrebbe più ripresentare. In queste ore di sospetti, c’era poi un articolo che passava di chat in chat: è il 43 dello statuto del Consiglio regionale del Lazio. Al paragrafo 2 spiega che «l’approvazione della mozione di sfiducia» da parte della metà più uno dei consiglieri «comporta le dimissioni della giunta regionale e lo scioglimento del consiglio». Questa è la seconda ipotesi, preferita al momento da Parisi, per far saltare il governatore dem. Ma avrebbe una premessa: la partenza dei lavori dell’Aula e di tutta la macchina regionale, dalla giunta alle presidenze delle commissioni. Terreni di accordo tra il centrosinistra e le minoranze, rappresentate al momento da ben 7 gruppi, per non parlare delle varie correnti interne ai 5 Stelle o a Forza Italia. Ma tutto finisce in gloria per un motivo prosaico. Un consigliere regionale nel Lazio guadagna circa 7mila euro al mese, netti. Rinunciarvi per mandare a casa Zingaretti senza avere la certezza di una rielezione? Non scherziamo, tutti tengono famiglia ci mancherebbe. E così nessuno più ha risposto alle sollecitazioni di Pirozzi. Finisce qui. E Zingaretti? Il presidente che sogna la segreteria del Pd in questa fase così complicata ha interesse a far scoprire le opposizioni. E quindi aspetta di capire se sono davvero intenzionate a staccare la spina o se sarà possibile, al contrario, trovare un’«intesa programmatica» su quattro temi portanti del Lazio (sanità, rifiuti, trasporti, sociale). Di sicuro, da quando ha vinto le elezioni, in controtendenza con il resto del Paese e con un centrosinistra largo comprensivo di Leu, non fa che ripetere: «Se c’è un accordo bene, altrimenti si va tutti a casa». Intanto cerca di sorridere perfino alla Raggi.

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