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FOCUS/ PD SOSPETTA «BLUFF» MA DIALOGO CON M5S NON PIÙ TABÙ

Per ora nessuno nel Pd si sbilancia. Perché, come dice Andrea Marcucci, resta la convinzione che i ripetuti inviti al dialogo di Luigi Di Maio al Pd servano solo ad «alzare il prezzo con la Lega». Ma la possibilità di sedersi a un tavolo con i Cinque stelle non è più un tabù tra i Dem di ogni ‘colorè. In un’ottica di governo di unità nazionale o del presidente, più che di un esecutivo M5s-Pd (cui resta contraria la maggioranza dei parlamentari renziani). E con una premessa: «Ogni ipotesi – afferma un dirigente vicino all’ex leader – per quanto molto complicata, passa da un passo indietro di Di Maio». Matteo Renzi, che resta silente, agli interlocutori nega una propria apertura a un governo col M5s. Da giorni si rincorrono i «rumors» su una sua ‘mossà che riporti il Pd pienamente in partita. Ma ad ora la sensazione, spiegano dalla maggioranza Dem, è che sia assai improbabile un rovesciamento di fronte e inutile per il Pd scoprire le carte: la distanza sempre maggiore tra Salvini e Berlusconi sembra preludere – sostengono – a una rottura più o meno consensuale tra i due che porti a un governo M5s-Lega. Ma non si può, aggiungono, non tener conto del fatto che la situazione si sta incartando e che Di Maio ha molta voglia di governare: le cose potrebbero cambiare. Maurizio Martina, che è in visita al Vinitaly ma non incrocia né Di Maio né Salvini, osserva il «disfacimento del centrodestra» e punta il dito contro «ambiguità e mancanza di risposte da parte delle forze che si sono professate vincenti». Il Pd, dichiara il segretario reggente, «incontrerà l’eventuale incaricato, per confrontarsi a partire dalle priorità indicate alle consultazioni». Aver spostato l’assemblea nazionale, affermano fonti Dem, evita il rischio che il Pd affronti questa fase dopo uno scontro interno. Se Mattarella darà un mandato esplorativo, la delegazione Pd presenterà la sua linea, magari dopo una nuova convocazione della direzione o dei gruppi. Ma mentre il «governo con tutti» è uno scenario cui lo stesso Renzi non ha mai chiuso, un dialogo per un governo col M5s (con una personalità come Roberto Fico?) aprirebbe una discussione interna. «Certo, se Di Maio facesse un passo indietro – afferma un esponente renziano – sarebbe un successo ascrivibile a noi e quindi dovremmo vedere le carte. Ma è un’ipotesi dell’irrealtà». Basterebbero inoltre pochi parlamentari, dall’una o dall’altra parte, a far mancare i numeri (i 109 senatori M5s sommati ai 52 Pd toccherebbero appena la maggioranza assoluta di 161). Molto più facile sarebbe un’equazione Pd-centrodestra, ma in quel caso pesano i veti di Salvini e la contrarietà della minoranza Dem. Il rinvio dell’assemblea, intanto, non sembra ridurre la tensione tra i Dem. Goffredo Bettini, da tempo critico, dice che il Pd è da «rifare» che se Renzi «vuol fare Macron, ognuno per la sua strada». Apriti cielo. «Ha in mente il Pd dei caminetti, non decide lui chi può stare nel partito», attacca il renziano Davide Faraone. E Dario Parrini: «È poco responsabile parlare con leggerezza di altre scissioni». Ma la minoranza torna a invocare un congresso «rifondativo» e con Cesare Damiano incalza: «Bettini su Renzi è stato fin troppo delicato».

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