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TEATRO: BRANCIAROLI, CON HUGO PORTO DIO IN SCENA

Non solo la sfida di mettere mano a uno dei capolavori della letteratura mondiale, oggi patrimonio del genere umano come l’Odissea, Don Chisciotte o Guerra e Pace. O l’impresa di tradurre per il palcoscenico quel fiume di millecinquecento pagine di fatti, personaggi, fughe rocambolesche immaginate da Victor Hugo. «Oggi la vera scommessa è parlare di Dio in teatro». Parola di Franco Branciaroli, pronto a indossare i panni di Jean Valjean, l’ex galeotto redento cui Hugo dedicò l’opera monster I miserabili, che ora arriva in teatro, nella nuova riduzione di Luca Doninelli per la regia di Franco Però. Prodotto da Teatro de Gli Incamminati, CTB Centro teatrale bresciano e Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, con 13 attori in scena e la musiche di Antonio Pofi, lo spettacolo sarà in prima nazionale al Mercadante di Napoli dal 25 aprile al 6 maggio e al CTB di Brescia dall’8 al 20 maggio, per poi proseguire in tournée nella prossima stagione. «La temerarietà appartiene al regista, al produttore – racconta Branciaroli all’ANSA – La storia è stata ridotta a 100 pagine, ripercorrendo alcune scene della vita del protagonista». Scritto nel 1862 in 48 libri, il romanzo di Hugo corre per 20 anni della storia di Francia (1815-1833), con Valjean finito in carcere per aver rubato un tozzo di pane e da allora eternamente in fuga dalla gendarmeria (nonostante un periodo di fortuna economica), ma anche «redento» e votato ad aiutare gli altri. Tanti gli adattamenti, dallo sceneggiato di Sandro Bolchi alla versione con Gerard Depardieu, ma soprattutto il musical di Claude-Michel Schoenberg in scena da anni a Broadway, da cui Tom Hooper ha tratto il film con Anne Hathaway, Hugh Jackman e Russell Crowe. «I miserabili è un libro famosissimo, tutti lo conoscono, anche chi non lo ha letto – riflette Branciaroli – In Italia forse è più amato dei Promessi sposi perché non è obbligatorio a scuola. Ammetto di non aver perso la testa la prima volta che l’ho scoperto. Un pò come in Dostoevskij, non amo l’assolutismo di alcuni personaggi: tutti ‘pazzì o tutti malati. Ma siamo davanti un grandissimo drammaturgo. Ricordo anche il suo Ruy Blas diretto nel ’96 da Ronconi. Come diceva Gide, ‘ahimè Hugo è il più grande scrittore francesè», sorride Branciaroli che nel 2019, diretto da Valerio Binasco, porterà in scena un altro caposaldo d’oltralpe come Moliere con La scuola delle mogli. «Ne I miserabili – prosegue – sono due gli elementi interessanti. Da un lato il rapporto di Valjean con Cosette. In tanti anni di storia, quest’uomo non ha mai una donna, non cede mai neanche a un bordello. Come dire, c’è più sesso nei Promessi Sposi. Cosette è l’unica presenza femminile, che lui ama profondamente, fino a suicidarsi sulle barricate quando scopre che è presa dal giovane Marius. È come se pur davanti a un uomo fisicamente fortissimo, Hugo volesse dare preminenza solo alla sua spiritualità. C’è qualcosa di enigmatico, di non risolto in lui. Dall’altro – prosegue – c’è il Cristianesimo. Da un autore francese che arriva dalla Rivoluzione, dall’Illuminismo, non te l’aspetti. Tutta la vicenda è quasi affidata alla Divina Provvidenza, sin dall’inizio, quando il primo a salvare Valjean dall’arresto è il vescovo di Digne. È lì che inizia la redenzione. Un Valjean oggi? No, non è un uomo contemporaneo, forse è un santo, ha qualcosa che va al di là del semplice uomo. Ma è proprio questa la grande provocazione de I miserabili. La sfida – conclude Branciaroli – è parlare di Dio in teatro. Oggi in scena si va tutti nudi, si fa la cacca, si dice di tutto. Ma se cominci a parlare di Dio vedi le persone che saltano sulla sedia».

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