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C’era una volta il Pd

Povero Pd, il contatto con la gente lo aveva perso da un po’, quello con il mondo del lavoro, con gli operai è cosa da consegnare ai libri di storia, non gli appartiene più. Ora è tornato indietro, fuori dai giochi, chiamato dai numeri a fare opposizione senza esserne preparato nè probabilmente capace. Non è più nemmeno di sinistra, la dignità politica è sfumata, poco più di un ricordo. Chi è fuori non è nè carne nè pesce, chi è dentro si contende come può quello che resta. L’Assemblea nazionale di sabato 19 maggio a Roma ha sancito l’ultimo passaggio del Partito democratico. Invece di tentare di rimettere almeno i cerotti a una facciata piena di lividi, la cosiddetta maggioranza e la cosiddetta minoranza (cioè i renziani e gli anti renziani) si sono sparati addosso l’un contro l’altro. Spettacolo triste e modesto. Quello che fu il grande partito di massa organizzato erede della sinistra storica – in primis del Pci – ma anche depositario di parte del popolarismo cattolico – in primis della Dc – si è trasformato via via in un ibrido contenitore incapace persino di tenersi il potere e raccogliere voti, inchiodato nel proprio caos delle fratture interne, sempre più lontano dalla realtà, una mina vagante senza un progetto, un programma, una leadership. Di fronte ai resti del Partito democratico persino Lega e M5S sembrano grandi partiti strutturati e democratici con la capacità di aggiornamento anche sul piano dell’organizzazione, della comunicazione, dell’immagine. Un partito ridotto così non serve né alla sinistra né all’Italia ed è destinato a consumarsi fino in fondo prima di finire nei libri di storia. Comunque andrà, il Partito democratico o quel che ne resterà, oggi è “out”, fuori tempo e fuori gioco. Chi raccoglierà la sfida della ripartenza a sinistra, ci sarà una nuova versione di Renzi? Vedremo sui maxi schermi il faccione di Zingaretti o il profilo scarno, emaciato di Martina? Non si vede come possa rimettersi insieme in fretta, il Pd dei bolliti. Ci vorrà tempo.

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