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DI MAIO PROVA INCHIODARE SALVINI, LUI GUARDA A CAMPAGNA

La faccia scura di Luigi Di Maio che entra alla Camera apre l’ennesima giornata di veti incrociati tra il leader M5S e Matteo Salvini. È una giornata che si apre con il «voto non contrario» della Lega al governo Carlo Cottarelli e con la sensazione, nel Movimento, che un esecutivo tecnico succeduto dal voto in autunno non faccia altro che tirare la volata finale a Salvini. È da qui che inizia l’estremo contrattacco di Di Maio, lanciare la palla alla Lega, proponendo lo spostamento di Paolo Savona dal Mef ad un altro ministero. È un tentativo che Salvini è orientato a rifiutare: per il leader della Lega la campagna è di fatto iniziata e il suo obiettivo è capitalizzare al massimo la sua ascesa. Al M5S, la sponda per riaprire lo spiraglio a un governo politico arriva un pò inattesa dal Colle. In tarda mattinata giunge la chiamata del Quirinale. Di Maio vi si reca nel pomeriggio, il colloquio non è dei più facili perché fino a ieri sera del presidente Mattarella il M5S ne chiedeva la messa in stato di accusa. Ma nella più lunga crisi di governo post-voto i tempi perché il vento cambi direzione sono velocissimi. E Di Maio esce dal Colle con una «mission» ben precisa: riesumare la soluzione giallo-verde proponendo lo spostamento di Savona. Voci, smentite seccamente dal M5S, parlano addirittura di una disponibilità, da parte del Movimento, ad un governo a guida leghista. Gli escamotage, per tagliare Savona dal Mef tutelandolo al tempo stesso sono due: spacchettare il dicastero di via XX Settembre in Economia e Finanze, lasciando uno dei due all’economista sardo; oppure spostare Savona in un ministero meno pesante ma simbolico, come quello per gli affari Ue, lasciando il Mef ad un nome alternativo come – secondo alcuni rumors pomeridiani – Pierluigi Ciocca. Per Di Maio e Salvini è l’ultima partita a scacchi. Una partita che ha sullo sfondo il voto. Il M5S si gioca l’estrema arma a sua disposizione, dire «no» al governo Cottarelli mettendo così in difficoltà un’eventuale astensione leghista, che finirebbe nel mirino della campagna elettorale del Movimento. Ma è al governo che i Cinque Stelle guardano, fiaccati da 87 giorni ad altissima tensione e comunque intenzionati, se il governo non si farà, ad andare alle urne a luglio. Il voto estivo tutelerebbe Di Maio, che con le elezioni in autunno (o, peggio, ancor più in là) potrebbe giustificare con minor forza la deroga al doppio mandato e rischierebbe di veder affievolire la sua leadership. Con, all’orizzonte, il ritorno dall’America del più movimentista dei Cinque Stelle, Alessandro Di Battista. «Può essere che ci hanno fregati, ma io preferisco passare per una brava persona e non per un furbo», ammette Di Maio ad un’assemblea congiunta dove, sotterraneamente, si registrano i primi malumori per una gestione definita troppo poco concertata e soprattutto per le mosse degli ultimi giorni, a cominciare dalla richiesta di impeachment, che hanno provocato più di un mal di pancia tra i parlamentari. Le prossime ore diranno se l’ultimo cambio di direzione di Di Maio sul governo avrà esito. Salvini, fanno sapere fonti leghiste, si porrà il problema di come votare il governo Cottarelli solo quando il premier verrà in Aula. Probabile che tra lui e Di Maio un contatto ci sia. Probabile che sia inutile. Ma, raccontano fonti parlamentari, anche nella Lega emergono i primi malumori sulla strategia di Salvini. Una strategia giudicata troppo spregiudicata ed incurante dell’importanza di poter andare al governo.

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