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La rivoluzione nel segno di Bramini

Fai la cosa giusta. Sarà demagogia spicciola, sarà ricerca di consenso. Ma è ciò per cui la gente alla fine si è messa a votare Di Maio e Salvini. Voti non solo di sinistra delusa, ma anche – è dimostrato – di una opinione pubblica moderata che vuole scrollarsi di dosso uno Stato violento, arruffone, miope, sostanzialmente nemico. Ed ecco che Gigi Di Maio dopo averlo citato come esempio e difeso in campagna elettorale chiama a Roma come suo consulente al ministero Sergio Bramini, 71 anni, l’imprenditore monzese «fallito per colpa dello Stato» che, nonostante il credito di 4 milioni di euro accumulato dalla sua società, si è visto portare via la villa ipotecata per scongiurare il fallimento e salvare la società e i suoi 32 dipendenti. Ora lo Stato siamo noi, dice Di Maio. Dunque un atto di giustizia, di risarcimento, ma soprattutto un segnale politico. Bramini si dovrà occupare di chi ha perso tutto ingiustamente, di chi come lui è rimasto stritolato da una burocrazia cinica e crudele, da un fascio di norme assurde e contradditorie. «Studierò, ascolterò le associazioni che rappresentano chi vive esperienze come la mia, ho intenzione di radunarle tutte sotto un’unica sigla e proporrò un pacchetto di norme che mi hanno detto che si chiamerà legge Bramini», spiega ai giornalisti. E’ di questo che ha bisogno il Paese, di segni immediati di inversione di tendenza. Tante parole, tanta retorica (anche nella giornata canonica del 2 giugno) ma fatti zero, questo vede la gente. Lo Stato non è vicino, non è amico, non è interlocutore ma avversario. Il Movimento si era fatto portatore di questo disagio, ora ha l’occasione, ed il dovere, di far voltare pagina al sistema. Ci riuscirà? La sintonia con la componente leghista del governo giallo-verde da questo punto di vista è contenuta nel contratto faticosamente costruito tra i due partiti. Il rischio dell’effetto-boomerang è ovviamente dietro l’angolo. Si può creare in fretta una legge Bramini, si possono ipotizzare decine di altre leggi simili. Ma bisognerà travolgere di forza un sistema burocratico-amministrativo appesantito da incrostazioni decennali che farà resistenza passiva. Perché è cresciuto e ha acquisito potere proprio in virtù di quella somma di elementi che hanno portato il Bramini al disastro. Se Di Maio-Salvini non otterranno in fretta qualche risultato da offrire in pasto a pubblico e media (che oscillano tra una ostilità sotto traccia e un divertito stupore) la gente, gli elettori considereranno questa strana alleanza un bluff insopportabile . Guai all’effetto annuncio frustrato. I vari Renzi, Berlusconi e compagnia stanno ad aspettare, convinti che il Paese tornerà ad avere bisogno di loro

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