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DIETRO AI FATTI/ Le risposte che Zingaretti non sa dare

DI Giovanni Tagliapietra
Prima di lanciarsi in sperticate affermazioni autoreferenziali, prima di promettere e promettere ancora i dirigenti della sanità regionale dovrebbero dare una serie di risposte ai cittadini-utenti. Ne prendiamo una dal mazzo segnalata con grande evidenza e con onestà dal Messaggero edizione di Frosinone. Si parla di un “paziente operato alla trachea e costretto a un calvario per la riabilitazione. A denunciare una situazione drammatica e paradossale insieme è la sorella, alle prese da sette mesi con la ricerca di una assistenza pubblica -e sottolineiamo pubblica – adeguata. Con i soldi sono capaci tutti di uscire dai guai, dipendendo dagli umori e dalla burocrazia sanitaria del pubblico le cose si fanno drammaticamente più complicate. L’odissea comincia a novembre, con il paziente ricoverato in terapia intensiva all’ospedale di Sora (uno di quelli nella lista nera della Regione). Dopo quattro mesi, superata la fase critica, si pone il problema di trasferire il malato in un reparto di riabilitazione respiratoria e motoria adeguate alla situazione. Partono le domande di ricovero a strutture pubbliche e private convenzionate, Nemi, Cassino, Roma. Lunghe e inutili liste d’attesa, parcheggi “a tempo” dietro pressioni. Una situazione insostenibile. Il vero problema? Pare che per un paziente con tracheostomia (con tutte le complicazioni del caso per l’assistenza e la necessità di personale qualificato) la Regione paghi alle strutture convenzionate la stessa cifra che si paga per un paziente “normale”. In poche parole non rimborsa – pare – la quota eccedente che la cura del paziente particolare comporterebbe. La famiglia si è anche offerta di pagare questa “differenza”. Niente da fare. La soluzione-tampone nel reparto di lungodegenza di una clinica convenzionata di Cassino ha solo spostato il problema. Servivano cure, attenzioni e personali specifici, c’è stata la necessità di un ricovero al pronto soccorso cittadino, seguito da un altro. La situazione è precipitata e il paziente è rimasto in un assurdo limbo tra riprese e ricadute, senza trovare posto in una struttura o in un reparto attrezzati per il suo caso. Paradosso. In quei giorni convulsi non è neanche potuto tornare in terapia intensiva, non era abbastanza grave. Alla famiglia restava la via della struttura privata. Ma i costi erano insostenibili. E torniamo al discorso di partenza, alle risposte vere, quelle serie, che il vertice della sanità regionale non sa dare. Quella famiglia ha bussato a tutte le porte, il caso in Ciociaria non è certo passato inosservato. Ma nessuno ha alzato un dito. C’è un commissario straordinario della Asl di Frosinone. Si chiama Macchitella. Ora ci diranno che ha fatto tutto il possibile, che ha chiamato nel cuore della notte l’assessore alla sanità Alessio D’Amato, che insieme hanno cercato una soluzione senza trovarla. Se anche fosse andata così la cosa non consolerebbe nessuno. La fredda, arida burocrazia sanitaria può uccidere ma non si piega. Il paziente in questione non è sopravvissuto, questo va detto con grande dolore. Ma di questo non ha parlato nessuno. I vertici della sanità laziale non hanno saputo dare una risposta. E non la sanno dare in mille altri casi. Delle promesse i cittadini non sanno che farsene, naturalmente. Ormai ne siamo tutti consapevoli. Abbiamo girato il quesito comunque alle autorità regionali perché studino una qualche misura che serva a salvare altri utenti in difficoltà. Dobbiamo provare a sperarci

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