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IL FATTO/ Cassazione, stupro senza aggravante se la vittima si è ubriacata da sola

Che razza di giustizia
Ancora una sentenza che fa discutere e che mette in discussione la credibilità del sistema. Ma i giudici si autoassolvono e il paese deve restare a guardare
C’è il pericolo che la cosa passi quasi inosservata e si esaurisca con qualche commento indignato sui giornali e su un paio di servizi obbligati sui Tg. C’è il pericolo che ci si fissi sui particolari paradossali e/o morbosi per non arrivare al succo del discorso. La Cassazione ha preso ancora una volta (e lo fa purtroppo spesso) una posizione lunare rispetto a quella che è la realtà del paese in cui viviamo e rispetto al buon senso, al senso comune. Se una giovane donna violentata da due cinquantenni aveva bevuto troppo, al punto da «non riuscire ad autodeterminarsi» (che brutta espressione), i due stupratori hanno diritto ad una pena meno pesante? Vengono loro scontate le aggravanti? Badate bene, sarebbe andata peggio se i due avessero fatto bere la vittima fino ad ubriacarsi per approfittare di lei. Ma visto che ci ha pensato da sola un paio d’anni di pena possono bastare. I supremi giudici la pensano così, non c’è niente da fare: lo stupro di gruppo c’è stato ma va esclusa l’aggravante per l’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti perché la ragazza ha assunto alcol «volontariamente», mentre «deve essere il soggetto attivo del reato» ad usare l’alcol per la violenza «somministrandola alla vittima». Ha dell’incredibile, la vittima non era in grado di gestirsi, di reagire, di capire. E così è stata rinviata dalla terza sezione penale una sentenza della corte d’Appello di Torino, che ha condannato i due a tre anni, per una modifica della pena «al ribasso». In sostanza, ha sostenuto la Cassazione, nel caso di uno stupro, se la vittima è ubriaca per avere assunto volontariamente alcol, alla pena non può essere aggiunta l’aggravante per uso di sostanze alcoliche o stupefacenti. I tre erano andati a cena e la donna aveva bevuto, tanto da «non riuscire ad autodeterminarsi». Dopo la cena le violenze, e quando la donna è andata al pronto soccorso aveva descritto in modo confuso quanto accaduto. I due uomini erano stati assolti in primo grado dal gip di Brescia, nel 2011, perché la donna non era stata riconosciuta attendibile. Ma la Corte d’Appello di Torino, nel gennaio 2017 , ha valutato diversamente il referto del pronto soccorso, che evidenziava leggeri segni di resistenza, e ha condannato i due uomini a tre anni. La difesa è ricorsa in Cassazione, puntando su quanto concluso dal primo giudice e sostenendo che non c’era stata violenza né riduzione ad uno stato di inferiorità perché la giovane donna aveva bevuto volontariamente. La Cassazione (sentenza 32462 della terza sezione penale) ha invece sottolineato che la violenza c’è stata, «violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica» anche se la vittima ha assunto alcol volontariamente, visto che «in uno stato in infermità psichica», a prescindere da chi l’abbia determinato, mancano le condizioni per prestare un «valido consenso». Tuttavia «l’assunzione volontaria di alcol esclude la sussistenza dell’aggravante», e il relativo aumento di pena, poiché «deve essere il soggetto attivo del reato» ad usare l’alcol per la violenza «somministrandola alla vittima». Di conseguenza, «l’uso volontario, incide sì sulla valutazione del valido consenso ma non anche sulla sussistenza aggravante». E poi si parla di giustizia, si parla delle associazioni di magistrati, della linea politica delle diverse correnti, si discute dei problemi dei giudici. Sono quegli stessi che fanno carriera senza sudare, in modo automatico, che decidono talvolta in modo approssimativo, superficiale. Senza tener conto di quello che succede fuori delle aule dei tribunali. Non vogliamo mettere sul piatto la questione/donna, perché il discorso è di carattere generale. Ma non si può non ricordare, a questo proposito, che sempre la Cassazione nel 1999 sentenziava che se la vittima portava i jeans non poteva essere stupro, poi nel 2006 riconosceva le attenuanti per la “minore gravità del fatto” perché la ragazza di 14 anni violentata dal patrigno non era più “illibata”. Pronunce sconcertanti. Ma loro, in giudici, si giudicano e autoassolvono da sè

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