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IL PERSONAGGIO/ Boeri di lotta e di governo

Perché il presidente dell’Inps tiene testa a Palazzo Chigi Sempre meno allineato ai grillini resiste al vice premier leghista, ma non se ne andrà se non glielo chiederà Conte
Bocconiano, sessant’anni tra qualche settimana, figlio dell’architetto Cini Boeri e del neurologo Renato Boeri, fratello di Sandro e di Stefano, rispettivamente giornalista e architetto, si è laureato in economia nel 1983. Nel 1990 ha ottenuto il PhD in economia alla New York University, è professore ordinario di economia del lavoro, svolge le proprie attività di ricerca presso l’IGIER dell’Università Bocconi. Matteo Renzi lo ha voluto al vertice dell’Inps nel 2014, dopo la imbarazzante conclusione dell’era Mastrapasqua. Il suo ufficio è a Palazzo Wedekind, in Piazza Colonna e dalle sue finestre può sbirciare negli studi di Conte, Salvini, Di Maio. Non è un personaggio facile, Tito Boeri. Da un punto di vista ideologico è un liberale di sinistra, ha sostenuto la necessità di riforma del sistema del mercato del lavoro italiano attraverso l’adozione di diverse misure; ha proposto l’introduzione del salario minimo orario e di un contratto unico a tempo indeterminato a tutele progressive per ridurre il precariato e risolvere il dualismo tipico del mercato del lavoro italiano; ha perorato, inoltre, l’opportunità di un diritto automatico e uniforme alle prestazioni sociali, in maniera analoga ai sistemi di tutele previsti degli ordinamenti degli altri Paesi europei occidentali. Detto questo, ha sempre manifestato una certa autonomia dal potere politico, ha preso posizioni polemiche. Si è esposto. Ed ora è al centro di un “caso” che vede protagonisti con lui premier e vice premier e che ha portato il solito Matteo Salvini a liquidarlo bruscamente con un “se vuole può anche dimettersi” (scade nel febbraio 2019). E pensare che.quello tra il M5S e Tito Boeri era stato finora un rapporto quasi idilliaco. Un anno e mezzo fa il suo nome compariva, insieme a quello di Paolo Savona, nella prima provvisoria lista dei tecnici che i pentastellati sognavano per la loro squadra di governo. Proprio alla voce “Lavoro e welfare”, il ministero che alla fine Luigi Di Maio, tramontato l’approdo da premier a Palazzo Chigi, ha scelto di tenere per sé. Boeri ha fatto la guerra ai vitalizi dei parlamentari, ritenuti da sempre «in gran parte slegati dai contributi versati» e dunque iniqui. Quando ai Cinque Stelle sono serviti dati e stime, anche per la delibera appena approvata dall’Ufficio di presidenza di Montecitorio guidato da Roberto Fico, l’Inps non si sia mai tirato indietro. Allineato anche sulle pensioni d’oro. Era stato Boeri, già in occasione del Rapporto 2015, a includere nella sua proposta di riforma del sistema previdenziale italiano «l’armonizzazione degli attuali tassi di rendimento dei trattamenti». A novembre 2015 l’Istituto mise nero su bianco nel documento “Non per cassa ma per equità” una ricetta che prevedeva di intervenire su 250mila pensionati d’oro (oltre a 4mila percettori di vitalizi) per ridurre la povertà tra gli over 55 che non avevano ancora maturato il diritto alla pensione. Renzi bloccò subito le mosse di Boeri facendo dire all’allora ministro Poletti che quel piano avrebbe comportato alti «costi sociali» e messo «le mani nel portafoglio a milioni di pensionati». Sul reddito di cittadinanza, Boeri non è allineato invece con il M5S ; è stato proprio l’Inps a correggere al rialzo la stima sulle coperture necessarie. . Nonostante lo scontro senza precedenti sulla relazione tecnica al decreto dignità, con il doppio ministro che evoca complotti e il presidente Inps che accusa il governo di «negazionismo economico», Di Maio vorrebbe che fino a febbraio restasse al suo posto: a fornire dati, però, «non un’opinione contrastante». Boeri fa sapere che non se ne andrà perché Matteo Salvini vuote la sua testa, ma solo su richiesta di Conte. Serve un atto formale. Di certo lo strappo tra il governo e il presidente dell’Inps dopo l’incidente della relazione tecnica del decreto dignità difficilmente può essere ricucito. Boeri è sotto attacco di tutti, anche del ministro Giovanni Tria ei risponde: “I dati non si fanno intimidire”. perché Matteo Salvini vuote la sua testa, ma solo su richiesta di Conte. Serve un atto formale. Di certo lo strappo tra il governo e il presidente dell’Inps dopo l’incidente della relazione tecnica del decreto dignità difficilmente può essere ricucito. Boeri è sotto attacco di tutti, anche del ministro Giovanni Tria. Lui risponde: “I dati non si fanno intimidire”. Il riferimento è quello delle le stime che prevedono una diminuzione dei contratti a termine. Tria le definisce “non valide scientificamente” e invita Boeri a motivare nel merito e illustrare gli errori delle stime messe a punto per il decreto dignità. E pone un interrogativo: perché se le stime erano sbagliate la Ragioneria e il Ministero dell’Economia le hanno invece considerate prima valide e poi bollinate? Per capire se la tregua reggerà non bisognerà aspettare molto. Soprattutto se l’esecutivo vorrà davvero introdurre nella legge di bilancio le prime mosse per superare la legge Fornero con quota 41 e quota 100. Ipotesi già bocciate da Boeri, secondo cui potrebbero costare fino a 20 miliardi l’anno producendo nuove distorsioni.

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