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JOAN BAEZ A CARACALLA, E A SORPRESA ARRIVA MORANDI

poster_001C’è un pizzico di Italia nel tour dell’addio ai palchi di Joan Baez. Protagonista è un pezzo del ’66, scritto da Franco Migliacci e Mauro Lusini, cavallo di battaglia dell’usignolo di Woodstock durante i roventi tour italiani del 1967 e del 1970. La canzone è ‘C’era un ragazzo che come amava i Beatles e i Rolling Stones’, e a Caracalla, a scandire a squarciagola il frastuono del mitragliatore, è salito sul palco anche Gianni Morandi. ‘Ci ho messo 50 anni per riuscire a cantare con leì, ha scherzato, ‘ora posso restare?’. Prima però la ‘strana coppià si è lanciata in un duetto su ‘Un mondo d’amorè, che Joan Baez aveva cantato live nel 2008 da Fabio Fazio a ‘Che tempo che fà. E, a chiudere la parentesi italiana, il guizzo di Morandi, che incita il pubblico e intona a cappella ‘Roma nun fa la stupida staserà, cantata con una sola voce da tutta la platea. Il concerto alle terme di Caracalla di Roma, di fronte a poco più di quattromila persone, è stato parte del lungo addio della cantante ai palchi con quel ‘Fare Thee Well’ tour che sta proprio per ‘Addio per semprè, sbarcato in Italia al Teatro Romano di Verona. Dopo la tappa tra le vestigia dell’antica Roma altri due appuntamenti: l’8 agosto a Udine e il 9 a Bra. La chiusura definitiva a maggio 2019, a New York. Il tour è anche l’occasione per portare in giro per il mondo l’ultimo lavoro: ‘Whistle Down The Wind’, l’album registrato in dieci giorni a Los Angeles con la produzione di Joe Henry, che ha vinto tre Grammy Award. La tappa romana del tour è stata un lungo viaggio attraverso lo sconfinato repertorio della 77enne leggenda del folk e dell’impegno: dalle note iniziali di ‘Don’t Think Twicè del sempre presente Bob Dylan che hanno aperto il concerto, alla magnifica ‘Deportees’ di Woody Guthrie, dedicata ai rifugiati di ogni angolo del mondo. Poi ‘Me and Bobby McGeè di Kris Kristofferson e Fred Foster, portata al successo planetario da Janis Joplin, che ne incise una versione nel suo album Pearl, poco prima di morire. Il folk resta prepotente sul palco, con una ‘The House of the Rising Sun’ che fa dimenticare il celeberrimo arrangiamento dei The Animals del ’64, tornando a scoprire le radici popolari della ballata della fine dell’ottocento. ‘The President Sang Amazing Gracè, contenuta nell’ultimo album, è la storia di Dylann Roof, suprematista bianco di 21 anni, che uccise nove persone in una chiesa di Charleston. Ed è anche la storia di Obama, allora presidente, che per ricordare le vittime intonò il celebre inno del ‘700. La tradizionale ‘Darlin’ Cory’, accompagnata solamente dal ritmo del banjo, fa da traino alla splendida interpretazione di ‘Gracias a la vidà, della cilena Violeta Parra. Bob Dylan, però, è sempre in qualche modo sul palco: da ‘Forever Young’, passando per ‘It’s all over now, Baby Bluè fino alla struggente ‘A Hard rain’s A-gonna Fall’, che Joan Baez definisce ‘la più bella canzone del mio repertorio, e non l’ho scritta iò. ‘Diamonds and Rust’, invece l’ha scritta lei. E anche se le note acute della sua voce non sono più quelle del 1975, quella telefonata notturna partita da una cabina nel Midwest mette ancora i brividi. E l’unwashed phenomenon, il fenomeno che non si lava, come la leggenda vuole che avrebbe chiamato Dylan il portiere di un hotel, quel ragazzo dagli occhi ‘più blu delle uova di pettirossò, è più presente che mai

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