| categoria: editoriale

L’equivoco Zingaretti alla prova del Pd


Tra cene promesse e negate, scioperi della fame e richieste di scioglimento del partito è difficile mantenere dritta la barra e guardare agli obiettivi che quel che resta della classe dirigente di Largo Nazareno cerca di porsi

Che nostalgia del vecchio Pci, rissoso, confuso, ma alla fine compatto e solidale. Ora gli epigoni di quello che fu il partito di Botteghe Oscure si coprono di ridicolo di fronte all’opinione pubblica e anche i media – ancora schierati al suo fianco – faticano a mascherare l’imbarazzo di raccontare le vicende politiche del Pd. Le cene e le contro-cene, lo sciopero della fame annunciato da Giachetti, le polemiche sono portate avanti da colonnelli senza più esercito e che sopravvivono a se stessi sono grazie a un posto in direzione, in Parlamento o in qualche amministrazione pubblica. Usano metodi vecchi superati, parametrati su realtà politiche e umane che non esistono più . Il congresso? E’ un alibi, un concetto astratto, così come lo scioglimento del partito. Così a Largo del Nazareno, vanno da nessuna parte, perdono quel poco di credibilità che è avanzata. E’ ovvio a tutti ma non a loro, che vengono ripresi dalle telecamere mentre si avviano con aria compresa e corrucciata verso il portone della sede del Pd. . Gli attori di questa commedia surreale si agitano su un palcoscenico che ha sempre meno pubbli co e appeal. Renzi prende le distanze, e non si capisce perché e da chi, Calenda fa le sue mosse, gli altri si parlano addosso. Ricompaiono facce dimenticate come quella di Enrico Letta, e i microfoni del media danno voce a esponenti dimenticati di questo e del precedente Pd. Pochi resistono e si astengono, anche se evocati, come Veltroni. Un disastro. Mentre da fuori tutti gufano, a destra e soprattutto a sinistra, quella dei fuoriusciti che speravano in una nuova stagione della politica e si sono trovati a mendicare qualche voto tra i nostalgici del vecchio mondo politico, c’è un personaggio in veloce ascesa. Una ascesa che ha dell’incredibile e che è accreditata anche da vecchi saggi della sinistra sempre guardati con rispetto come Massimo Cacciari. Stiamo parlando di Nicola Zingaretti, governatore in carica del Lazio, protagonista dell’unica (pasticciata, risicata, discussa) vittoria riportata dal Pd nella stagione delle sconfitte. Fuori dalla capitale e dal Lazio lo conoscono in pochi, lui fatica a mantenere le posizioni in casa e ci riesce solo grazie ad un raffinato sistema fatto di intrecci di interessi e potere. Ma fuori del confini regionali è un outsider di belle speranze, parla, promette, pontifica, lancia messaggi alternativi e insieme concilianti. Se per caso dovesse piazzarsi e magari vincere non sarebbe tuttavia l’affermazione del nuovo che avanza, anzi. E qui c’è tutto l’equivoco di una candidatura benevolmente accompagnata da chi vuol mantenere in vita un sistema che si sta disfacendo per morte naturale dei suoi esponenti di spicco. Nicola Zingaretti – che ha tanto promesso e niente ha mantenuto, politico dalla faccia di bronzo come pochi – è proprio l’espressione del vecchio partito, del vecchio Pci capitolino, quello che ha governato, che ha gestito gli interessi, e che ancora li gestisce. Zinga è nato e cresciuto nel partito – i nomi dei suoi maestri e mentori sono noti ma appena coperti da un velo di polvere – e solo questo ha fatto nella vita, con una dedizione totale ricambiata con incarichi di crescente complessità e potere. In quel vecchio gruppo dirigente lui si è sempre riconosciuto e a loro guarda prima di fare ogni mossa degna di essere raccontata e celebrata. Ambiziosissimo, Zingaretti ha sempre lavorato per consolidare la sua base e la sua rete di potere personale in vista di una scalata ai piani alti nazionali. Si era parlato di un seggio in Parlamento, non si è mai capito perché l’ipotesi sia tramontata. Ha provato a sganciarsi da Renzi schierandosi con i suoi avversari per poi tornare su una posizione più cauta. Ora i suoi sponsor romani hanno intravvisto il varco e lo hanno convinto a premere sull’acceleratore, a candidarsi davanti a tutti, ad esporsi. Certo,è il partito che deve valutarlo, sceglierlo, appoggiarlo, e stiamo parlando di addetti ai lavori. Fuori dal cerchio non lo conosce quasi nessuno,e quindi il suo personaggio potrebbe anche rivelarsi convincente agli italiani che vivono nelle altre regioni. Con tutti i rischi che questa parziale percezione può comportare. Ma alla classe dirigente di Largo del Nazareno quello che sembra mancare è proprio una visione strategica di medio termine

Ti potrebbero interessare anche:

Se non ci turba più neppure il suicidio di un povero cristo
Superpoteri addio, la strana parabola politica del professore
Ma il governo del Paese è un affare interno al Pd?
Siamo tornati a un passo dalla guerra fredda
Un dato certo, il paese deve fare i conti con Grillo
Migranti, qualcuno ha premuto l'acceleratore?



wordpress stat