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IL PUNTO/ Italia e Ue, ma allora il governo giallo-verde fa sul serio

Di Carlo rebecchi

Adesso è chiaro: l’Italia ha scelto una nuova “stella polare”. Non uscirà dall’Unione europea ma neppure sarà più in prima fila per metterne in pratica le regole del gioco. In altre parole: quello che i Cinquestelle e la Lega affermavano in campagna elettorale non erano puri slogan: erano l’embrione di un programma che adesso sta diventando realtà a partire da una nuova concezione della “governance” del Paese. Quella cioè della linea sovranista che fa che i due leader dell’alleanza giallo-verde Luigi Di Maio e Matteo Salvini, definiscano l’esecutivo il “governo del popolo”. E’ in virtù di questa convinzione, di questo mandato, che Roma non ha tenuto conto, nel Def, delle regole europee che autorizzavano al massimo un deficit attorno a 2 per cento, ed ha lanciato la propria sfida a Bruxelles col deficit al 2,4 per cento.

E non per un anno solo ma per tre. Trentasei lunghi mesi che dicono un’altra cosa: Di Maio e Salvini sono convinti di “durare” per l’intera legislatura, e cioè – come ha affermato oggi il premier Giuseppe Conte, fino a 2023. Con una staffetta ben studiata. Nei primi tre anni, il governo giallo-verde risponderà soprattutto alle richiesta di carattere sociale di un Paese che gli ultimi anni di crisi hanno fortemente impoverito; azione di cui sarà soprattutto la Lega ad incassare i dividenti di consenso. Negli ultimi due anni della legislatura sarà invece la Lega, che nell’immediato ottiene consenso soprattutto per la politica del governo nei confronti dell’immigrazione, a passare all’incasso grazie all’introduzione della flat tax sul reddito delle persone fisiche.

Questo, ovviamente, se i piani del governo verranno realizzati e, realisticamente, se i mercati daranno credito all’esecutivo giallo-verde fornendo all’Italia i capitali necessari a far ripartire l’economia. Al momento infatti – e sia il rialzo dello spread sia il crollo della Borsa lo indicano chiaramente – ci sono in Europa e sui mercati finanziari forti dubbi sulla capacità del governo di trasformare le promesse in fatti reali. Per capire dove e come verranno trovate le coperture alle spese (reddito di cittadinanza in testa…) e agli investimenti promessi anche oggi da Conte, bisognerà aperture almeno un paio di mesi. Quel che è evidente è che Di Maio e Salvini pensano che la loro mossa possa avere, in questo momento, successo. Di qui la nuova rotta. Che, senza il vento in poppa, potrebbe portare ad uno scontro disastroso con l’Unione Europea.

Un’ultima considerazione, a caldo, sulla politica dei partiti. La sterzata decisa da M5S e Lega, per il carattere assistenziale che ha (almeno in base a quello che si può capire fino ad ora, quando non tutto ci è stato spiegato) ha contenuti che spingono a chiedersi perché ad attuarla non è stata, negli ultimi anni, la sinistra, cioè sostanzialmente il partito democratico. Che è rimasto alle dichiarazioni di intenzioni quando c’erano ancora i D’Alema e i Bersani ed ha poi abbandonato del tutto le classi meno favorite quando il leader è diventato Matteo Renzi (e il PD vinceva a Roma soltanto ai Parioli). Resta ora di chiedersi quali schieramenti, già esistenti o ancora da venire, sceglieranno gli elettori dei molti partiti rottamati (non solo il PD, anche Forza Italia) quando si tornerà a votare per le politiche.

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