| categoria: editoriale

Una patrimoniale “che colpisca i ricchi”. Il governo giallo verde ci sta pensando sul serio?

di CARLO REBECCHI
Non siamo ancora, e speriamo di non esserlo mai, alla richiesta di “oro per la Patria”, come fece Mussolini durante il fascismo, ma una cosa è chiara e spiega lo “spread” a “quota 300”: il governo giallo-verde non sa dove trovare le risorse indispensabili per tener fede alle promesse elettorali, reddito di cittadinanza, “Fornero” e “flat tax” in testa. Lo dimostra la convocazione aPalazzo Chigi, nel pomeriggio, degli amministratori delegati delle tredici aziende a partecipazione pubblica: Cassa Depositi e Prestiti, Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Ferrovie dello Stato, Snam, Terna, Saipem, Ansaldo Energia, Fincantieri, Italgas, Open Fiber. L’obiettivo è chiaro e dichiarato: ottenere da queste aziende la mobilitazione di risorse aggiuntive, almeno 15 miliardi di euro, per tentare di rendere credibile per l’Unione europea e i mercati gli obiettivi indicati nel DEF, il documento di economia e finanza relativi alla crescita nel prossimo triennio, finora criticati da istituzioni come Banca d’Italia, l’Ufficio parlamentare di bilancio e il Fondo monetario internazionale, per le quali sono troppo ottimistiche.

I vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno fatto ribadire in mattinata dal ministro dell’economia e delle finanze, Giovanni Tria, che “indietro non si torna”, che le promesse saranno mantenute. “Chi si ferma è perduto”, il commento di Salvini. Per la seconda volta in due giorni in Parlamento, Tria ha precisato che la manovra sarà di 36,7 miliardi, di cui 15 “coperti” da maggiori entrate (8,1) e tagli (6,9). Una determinazione che sembra stia spaccando lo stesso governo. Lo stesso Tria appare consapevole dell’azzardo costituito dai contenuti del Def, e non tanto per la prospettiva dello scontro con Bruxelles quanto per la reale capacità dell’Italia di realizzare ciò che dice di voler fare. Tria, come Savona, dice: “proviamoci, se non ci riusciamo facciamo slittare reddito di cittadinanza, “Fornero” e “flat tax”. Ma Di Maio e Salvini non ci stanno.

La direzione, secondo Bruxelles e la maggior parte degli economisti e analisti, è quella che porterebbe verso il baratro, ad una crisi (anche di governo?) capace do far vivere all’Italia il dramma vissuto dalla Grecia. Ci si chiede, in particolare, se la linea del governo (“sta ballando sul Titanic”) sia un bluff, azzardato quanto si vuole, ma un bluff per “mostrare i muscoli” in vista della campagna per le elezioni europee della prossima primavera, oppure una scelta determinata “per rompere il giocattolo”, cioè l’Europa. I fatti sono che Di Maio ha bisogno del reddito di cittadinanza per non perdere la leadership del M5S; e Salvini è costretto a sostenerlo perché, se Di Maio viene spazzato via, potrebbe trovarsi a trattare con un leader pentastellato ben più duro ed intransigente. E intanto comincia a circolare la voce che se indispensabile, le risorse potrebbero essere cercate attraverso una patrimoniale “che colpisca i ricchi”.

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