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CROLLO PONTE: SFOLLATI A CASA,50 SCATOLONI PER UNA VITA

Una giornata tanto attesa e, proprio per questo, dalle emozioni forti. Due mesi dopo il crollo del ponte Morandi, le prime famiglie sono tornate nelle loro case. Due ore di tempo, e 50 scatoloni, per raccogliere una vita intera, sotto quel che resta del viadotto crollato, e provare a ricominciare da un’altra parte. «Le cose stanno andando nella direzione giusta – dice il sindaco Marco Bucci – anche per quando riguarda gli emendamenti al decreto Genova». Presentati nel pomeriggio dal governo, prevedono nuovi fondi per le imprese danneggiate e, attraverso la cassa integrazione in deroga, per i lavoratori coinvolti. Altri soldi dovrebbero andare al trasporto locale (stanziati in un ulteriore emendamento annunciato dai relatori). L’impegno complessivo è di oltre 120 milioni di euro. «Avrei chiesto ad Autostrade di risarcire la città e di ricostruire in fretta quel ponte – è la posizione del governatore ligure, Giovanni Toti – ma per quanto riguarda gli sfollati, il sistema imprese, la collaborazione inter-istituzionale credo si sia trovato il giusto modo di andare avanti». Il vento, che ha ritardato di mezzora i rientri, ha asciugato le lacrime delle 24 famiglie che, dopo 65 giorni, hanno rivisto le loro case forse per l’ultima volta, visto che saranno abbattute. «Ho una lista di cose da prendere, la sedia a dondolo per mia figlia, l’orologio di mio padre, quello che gli hanno regalato quando è andato in pensione dalle ferrovie – racconta Giusy Moretti del comitato sfollati – So già che non la rispetterò e so già che, una volta fuori, avrò dimenticato qualcosa». I vigili del fuoco scandiscono il tempo delle operazioni che animano via Porro e via Fillak, riempiendo di rumori due mesi di silenzio. «È scritto tutto qui», racconta Lucilla mostrando i fogli scritti a mano da Liliana Paoli, 90 anni compiuti la domenica prima del crollo. «È stata la terza moglie di mio papà, rivuole i suoi soprammobili. A quell’età, si vive più di superfluo..». «Mi preparo al peggio, sperando nel meglio», dice Franco Ravera, presidente del comitato sfollati, aspettando il suo turno mentre le spalle gli si stringono quando il vicino gli racconta di avere trovato la casa allagata. Colpa dell’acqua piovana fuoriuscita dalle cisterne di raccolta, sul tetto del palazzo. «Una sfortuna nella sfortuna…», continua Ravera, che si lamenta anche per i giornalisti fatti salire su un pulmino che ha attraversato la zona rossa: «È spettacolarizzazione del dolore». Ma il Comune ribatte ricordando di «aver sempre operato per tutelare le famiglie sfollate». «Con oggi possiamo ritenere chiusa l’emergenza abitativa, superata con una rapidità, un’attenzione e una cura per i bisogni dei cittadini eccezionale per la pubblica amministrazione di questo Paese – osserva Toti – Tutto è stato previsto nel minimo dettaglio e ci auguriamo di ritrovarci qui, nel giro di poche settimane, per parlare di demolizione e ricostruzione». L’obiettivo ribadito dal sindaco è «dare un nuovo ponte a Genova entro Natale 2019». A Roma intanto continua la ‘partità sugli emendamenti al decreto, con l’aggiunta di soldi per le aziende, racimolati dal governo. «L’obiettivo è cercare di coprire tutti i danni economici più velocemente possibile e con più risorse possibili», sostiene il viceministro Edoardo Rixi. «È un bluff», per la deputata Pd Raffaella Paita che denuncia «il gioco delle tre carte» fatto con spostamenti di fondi da un articolo del decreto a un altro (10 milioni tolti dal fondo per la zona franca urbana per destinarli alle imprese) e la cassa integrazione in deroga prevista per un anno, e non due come richiesto dai sindacati vista la situazione.

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