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SPALLANZANI/ ” Così curiamo l’epatite C nelle carceri”

Gli specialisti dell’Istituto si recano nelle sezioni di Rebibbia assicurando ai detenuti la terapia specifica e oil relativo follow up . Negli ultimi mesi trattati con farmaci innovativi 60 pazienti. Premiato il progetto presentato dall’Unità Assistenza Clinica e di Ricerca ai detenuti dell’Inmi di via Portuense


Ogni anno all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100mila e i 105mila detenuti. Secondo gli ultimi dati, circa il 70% dei detenuti possiede almeno una malattia cronica, ma di questi poco meno della metà ne è consapevole. Le carceri si confermano, quindi, un concentratore di patologie: malattie infettive, psichiatriche, metaboliche, cardiovascolari e respiratorie. Tra le malattie infettive, il virus dell’epatite C è quello più rappresentato, soprattutto a causa del fenomeno della tossicodipendenza . E’ risaputo che un terzo dei detenuti (34%) è detenuta per spaccio di stupefacenti, il che li rende più soggetti a malattie infettive. Dal 30% al 38% dei carcerati ha gli anticorpi del virus dell’epatite C, ma di questi solo il 70% hanno il virus attivo. Dai 25 ai 30mila detenuti, quindi uno su tre, avrebbero bisogno di essere trattati con i nuovi farmaci altamente attivi contro il virus C dell’epatite. Ne parliamo con Silvia Rosati, responsabile del Servizio di Assistenza ai detenuti dell’Inmi Spallanzani


Eradicazione Epatite C negli Istituti di Pena in Italia: uno scenario possibile?

L’OMS nel 2017 ha posto come obiettivo l’eliminazione, entro il 2030, delle epatiti virali nel mondo, assumendo nello specifico di diagnosticare il 90% delle infezioni da HCV e di trattare almeno l’80% di quelle eleggibili con una riduzione di circa il 65% delle morti correlate a tale infezione. Recenti stime riferiscono che in Italia sono circa 200.000 i pazienti con diagnosi nota di epatite C e in attesa di essere curati ai quali vanno sommati altri 100.000 pazienti ignari dell’infezione (il cosiddetto sommerso).

L’obiettivo proclamato dall’AIFA per il triennio 2017-2019 è quello di trattare circa 80.000 pazienti/anno per i prossimi 3 anni, con uno stanziamento di fondi ad hoc di 500 milioni/anno.

Secondo i dati riportati dal Ministero di Grazia e Giustizia, al 30.07.2018 la popolazione carceraria italiana ammontava a 58.759 detenuti e di questi circa il 9% era affetto da infezione da HIV, mentre una percentuale oscillante tra il 25-35% (14-16 mila), presentava infezione da HCV.


Lei è la responsabile del Servizio di assistenza ai detenuti dell’INMI Spallanzani; può dirci qual è l’attività che svolge nei penitenziari?

L’INMI L. Spallanzani svolge attività di consulenza e prescrizione terapeutica ai detenuti con infezione da HIV e coinfezione HIV/HBV/HCV/HDV, dei Penitenziari di Rebibbia, Regina Coeli e Civitavecchia, secondo una convenzione in essere da più di 15 anni.

Gli specialisti dell’Istituto L. Spallanzani si recano nelle varie sezioni dell’Istituto di Pena di Rebibbia assicurando ai detenuti la terapia specifica e il relativo follow up.

È un’attività di cura ma anche di prevenzione…

Purtroppo arrivano alla nostra attenzione solo i detenuti per cui è stata già effettuata diagnosi di infezione da HIV/HBV/HCV/HDV. Il test viene infatti proposto solo ai detenuti per i quali si ritiene vi sia una reale possibilità di infezione, senza un percorso standardizzato, e molti,per le condizioni psicologiche nelle quali si trovano appena privati della libertà, lo rifiutano.

La fase dello screening pertanto risulta essere debole e ciò rappresenta una delle maggiori criticità per l’accesso alle cure dell’Epatite C per i detenuti.

L’Istituto ha vinto il premio Fellowship Program edizione 2018, con menzione Premio Etica Moroni, indetto da Gilead Italia. Di cosa si tratta?

Il progetto presentato dall’Unità Assistenza Clinica e di Ricerca ai Detenuti dell’INMI L. Spallanzani – IRCCS di Roma “Gettested, gettreated, getcured: Programma di screening e trattamento per l’eradicazione dell’infezione da HCV nei detenuti delle quattro sezioni dell’Istituto di Pena di Rebibbia- Regione Lazio” ha avuto gran successo, frutto dell’interazione tra l’attività clinica e di ricerca dello staff di Assistenza Clinica e di Ricerca ai Detenuti, avente come responsabile la sottoscritta dottoressa Silvia Rosati.È un riconoscimento alla pluriennale esperienza maturata nell’Istituto di Pena di Rebibbia.


Quanti sono i detenuti trattati?

Nonostante le difficoltà proprie del setting abbiamo trattato con farmaci innovativi anti-HCV60 detenuti negli ultimi 18 mesi.

Definire un percorso standardizzato, è una necessità ancora più stringente se si considera nello specifico che il carcere di Rebibbia è composto da quattro sezioni, gestite da 4 distinte direzioni sanitarie.L’istituto di pena di Rebibbia non è un carcere giudiziario ma una casa circondariale e di reclusione, e i detenuti generalmente risiedono per un periodo superiore a 6 mesi; questo, vista la possibilità di trattare e seguire nel tempo il detenuto, facilita ed impone lo screening collettivo.

Eradicare l’infezione da HCV, in che modo?

Eradicare l’infezione da HCVha ricadute importanti sulla sanità pubblica. Per immaginare un domani senza questa malattia servono farmaci efficaci e ne abbiamo, serve trattare tutte le persone malate, e lo stiamo facendo, ma ancora prima, occorre scovare chi ha l’infezione e non accede ai centri di riferimento, chi ha l’infezione e ne è ignaro. Questi sono i bacini pericolosi che vanno individuati e sterilizzati perché costituiscono il latente rifornimento dell’infezione. Bisogna dunque uscire dall’ospedale, interagire con carceri, centri di recupero per tossicodipendenti, ambulatori per il trattamento delle malattie sessualmente trasmesse.

Vorrei, inoltre, sottolineareciò che recita la Legge 26 luglio 1975, n. 354, articolo 1, in materia di “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, invitando ciascuno a riflettere sul contenuto della stessa: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose. (…) Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”.

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