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E adesso che si fa? Riduciamo il deficit?

Palazzo Chigi smentisce ma ci sta pensando. L’ipotesi di una revisione del disavanzo per far fronte ad una situazione che si presenta difficilissima sul piano internazionale(agenzie di rating, mercati) è sul tavolo del ministro Tria e del governo Nonostante il commissario europeo Moscovici abbia detto – lasciando il nostro Paese – che il 2,4 per cento di deficit per il 2019 non è il punto decisivo delle contestazioni mosse dalla Ue all’Italia, la ricerca di un difficilissimo compromesso tra Roma e Bruxelles ruota intorno a quel numero. La lettera, insieme al decreto fiscale, figura all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi Sono tre i rilievi critici contenuti nella missiva consegnata l’altro ieri. Il primo riguarda lo sforzo strutturale ovvero il miglioramento che il bilancio italiano dovrebbe evidenziare nel 2019 rispetto all’anno precedente, in termini di disavanzo strutturale (quindi al netto degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum). La commissione aveva raccomandato uno sforzo dello 0,6%, mentre il governo ha messo in cantiere un peggioramento dello 0,8%: la distanza tra le posizioni sfiora il punto e mezzo di Pil. Il secondo nodo è il debito pubblico: la relativa regola non risulta rispettata per il 2019 come non lo era in anni passati, ma allora il fatto di essere in linea con le altre norme del Patto di Stabilità era stato considerato un fattore a nostro favore, che ora viene meno. La tolleranza applicata a suo tempo potrebbe quindi essere revocata ora retroattivamente. Infine, viene contestata la mancata validazione del quadro programmatico da parte dell’Ufficio parlamentare di bilancio.
I chiarimenti che nell’ambito del «dialogo costruttivo» il ministro Tria invierà a Bruxelles nella mattinata di lunedì conterranno essenzialmente un riepilogo delle argomentazioni usate nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza e soprattutto nella relazione al Parlamento, per giustificare la scelta di abbandonare il percorso verso il pareggio di bilancio. Sarà quindi menzionata la crescita ancora bassa, la distanza dai livelli pre crisi, il fatto che il debito pubblico è previsto comunque in discesa nei prossimi anni. Il ministero cercherà di valorizzare la componente di investimenti inserita nella manovra, per giustificare l’ottimismo delle stime di crescita programmatica, e nel farlo potrebbe forse spingersi a rivederne leggermente verso l’alto la sua incidenza sul totale. Tutto ciò però non basta nemmeno ad abbassare quello 0,8% di deterioramento strutturale, a meno di non voler classificare come una tantum alcune delle misure espansive in programma. Ma questa scelta presenterebbe difficoltà politiche, oltre che tecniche, difficilmente superabili. A bocce ferme, per riportare leggermente in positivo o quanto meno in pari la variazione strutturale sarebbe necessario far scendere il deficit/Pil all’1,6, che era l’idea originaria di Tria. Secondo indiscrezioni più che credibili, la commissione apprezzerebbe anche una marcia indietro meno significativa, intorno al 2 per cento: proprio su questa eventualità, politicamente difficile da digerire, dovrà pronunciarsi l’esecutivo.
Il ministero dell’Economia potrebbe inserire considerazioni di carattere ancora più tecnico, come quelle che erano già state sviluppate nella precedente legislatura sui diversi metodi di calcolo dell’output gap, la distanza tra crescita effettiva e potenziale, per sostenere il diritto italiano ad ulteriori dosi di flessibilità. Ma è un’argomentazione difficile da spendere in tempi immediati: la valutazione della Commissione è imminente, potrebbe arrivare già martedì. Moscovici ha ribadito che nessuna decisione è stata ancora presa, stavolta però i margini di manovra sono davvero stretti.

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