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Blitz a CasaPound, minacce ai finanzieri: «Se provate ad entrare finisce nel sangue»

– Il «bagno di sangue» nessuno lo avrebbe evocato. Ma ad impedire l’ispezione della Guardia di Finanza nella sede di Casapound sarebbe comunque stato un atteggiamento «molto duro» da parte dei militanti di estrema destra, che avrebbe potuto provocare tensioni e problemi di ordine pubblico se si fosse deciso di andare avanti. A 24 ore dal mancato ‘blitz’ – che in realtà non lo era visto che era stato ampiamente concordato da giorni tra tutte le parti in causa, fascisti del terzo millennio compresi – restano le polemiche politiche, con la sinistra che accusa Salvini di sgomberare solo «i poveracci» e chiede che non vi siano «zone franche per i fascisti», Casapound che se la prende con i giornalisti e il sindaco Virginia Raggi che si chiama fuori. «Siamo da sempre contro l’occupazione ma non spetta a Roma Capitale sgomberare». L’ispezione dei finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria di Roma sarebbe dovuta avvenire ieri pomeriggio, su mandato della Corte dei Conti che sta indagando sul danno erariale prodotto dall’occupazione dell’edificio di proprietà del Demanio. L’indagine riguarda gli ultimi dieci anni, nonostante lo stabile sia occupato dal dicembre del 2003, perché il precedente risulta prescritto. L’obiettivo dei militari era quello di verificare lo stato dei luoghi all’interno del palazzo di via Napoleone III, dove oltre alla sede di Casapound ci sono anche diversi appartamenti occupati, per poi confrontarlo con la documentazione acquisita, dalle planimetrie ai dati catastali. Un’attività che era stata concordata dalla Gdf in una riunione con i vertici stessi del movimento e la Digos oltre una settimana fa e che sarebbe dovuta rimanere riservata. Qualcuno però se l’è lasciata sfuggire, strumentalmente o meno ha poca importanza, e così quando ieri sono arrivati i finanzieri sul posto c’erano anche i giornalisti. «Non ci sono state minacce esplicite – riassumono fonti della Corte di Conti – ma un atteggiamento molto duro di chiusura» da parte dei militanti« dopo che nei giorni scorsi, invece, c’era stata da parte loro »apertura e disponibilità«. Per il presidente di Casapound Gianluca Iannone non c’è però stata alcuna durezza. Né tantomeno minacce. »Ci siamo limitati a concordare (nei giorni scorsi, ndr) le modalità per un controllo nello stabile che avvenisse nel rispetto dei diritti e della sicurezza delle famiglie in grave stato di emergenza abitativa che vi risiedono. Quando però ci siamo resi conto che non era possibile garantire minime condizioni di dignità per i residenti vista l’inopportuna presenza di una folla di telecamere, ci siamo limitati a chiedere che si rinviasse il controllo ad altra data«. Che però, a quanto dicono dalla Corte dei Conti, non è stata al momento fissata proprio perché ieri non è stato trovato un accordo. Quello che tutti negano è che quelle di ieri siano state le prove per lo sgombero. Lo nega Casapound e lo sottolineano investigatori ed inquirenti. Anche perché la questione è tutt’altro che chiara. L’edificio di via Napoleone III è inserito nell’allegato A della delibera con cui il prefetto Tronca, allora Commissario di Roma, individuava nel 2016 gli immobili da sgomberare ma Casapound fa anche parte di quelle occupazioni storiche di Roma riconosciute da una delibera approvata nel 2007 dalla giunta Veltroni

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