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BOLSONARO STRAVINCE, L’ULTRADESTRA SI PRENDE IL BRASILE

4070259_2317_bolsonaro La quarta democrazia più grande del mondo sarà governata da un ex ufficiale dei paracadutisti denunciato da molti come una «minaccia fascista»: Jair Bolsonaro è stato eletto presidente del Brasile, battendo il suo rivale Fernando Haddad di almeno 11 punti, il 55% dei voti. Una vittoria immediatamente salutata in Italia dal leader della Lega Matteo Salvini: «Anche in Brasile – ha twittato – i cittadini hanno mandato a casa la sinistra! Buon lavoro al presidente Bolsonaro, l’amicizia tra i nostri popoli e i nostri governi sarà ancora più forte». Ed ha aggiunto: «Dopo anni di chiacchiere, chiederò che ci rimandino in Italia il terrorista rosso Battisti». Intanto in Brasile, da Rio de Janeiro a San Paolo, sono scesi in piazza migliaia di simpatizzanti. Malgrado la rimonta registrata negli ultimi giorni da Haddad – l’erede politico scelto da Lula da Silva come candidato del Partito dei Lavoratori (Pt) – i risultati del ballottaggio hanno confermato le previsioni dei sondaggi, che davano Bolsonaro come favorito anche prima del primo turno delle presidenziali, lo scorso 7 ottobre. La vittoria di Bolsonaro rappresenta una frattura storica per il Brasile, dopo una fase di quattro governi consecutivi del Pt, chiusasi nell’agosto del 2016 con l’impeachment di Dilma Rousseff, e il breve intermezzo dell’amministrazione di Michel Temer, che arriva alla fine del suo mandato battendo tutti i record storici di impopolarità. Il risultato del voto in Brasile segna anche una nuova sconfitta per i partiti e i leader protagonisti della cosiddetta «marea rosa» progressista che investì l’America Latina all’inizio del secolo XXI, dopo le vittorie elettorali del centrodestra in Argentina, Cile, Perù e Colombia e le derive autoritarie in Venezuela e Nicaragua. Bolsonaro, un deputato che è passato per otto partiti diversi in quasi due decenni di attività parlamentare e fino a poco fa era considerato un personaggio eccentrico, noto per le sue dichiarazioni polemiche a favore della dittatura militare e la tortura e contro le donne e le minoranze razziali, etniche e sessuali, è diventato in pochi mesi il leader che ha cavalcato il crescente malessere di grandi fasce della società brasiliana. La crisi economica iniziata nel secondo governo di Dilma Rousseff, la più grave della storia brasiliana, gli scandali di corruzione politica che hanno colpito i principali partiti politici – e portato in carcere Lula – e l’escalation della violenza criminale nel paese hanno alimentato un sentimento di esasperazione diffusa, che ha portato i brasiliani a scegliere un candidato che si è presentato come un outsider «contro» l’establishment politico. Il ballottaggio è diventato anche una sorta di gioco della torre elettorale: il Brasile si è diviso fra chi voleva evitare il «pericolo fascista» rappresentato da una vittoria di Bolsonaro e chi era disposto a votare qualunque candidato che impedisse un ritorno al potere del Pt, in un clima di forte polarizzazione delle posizioni. Haddad è partito in svantaggio, giacché il Pt ha scelto di spingere fino all’ultimo termine possibile la candidatura di Lula – bocciata dalle autorità elettorali a causa della sua condanna a 12 anni per corruzione – e non è riuscito né a spostare sulla sua candidatura i voti assicurati dal suo mentore politico né ad ottenere l’appoggio di leader politici di altri partiti per lanciare il suo progetto di «unità democratica» contro Bolsonaro.

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