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LA CARTINA DI TORNASOLE/ Giù le mani dalla pensione. Mossa poco diplomatica?

DI Carlo Rebecchi

Sono solo  900, di cui 25 ambasciatori – i più alti in grado – e poi, citati in ordine decrescente di grado, 200 ministri plenipotenziari, una quarantina di consiglieri di ambasciata, 200 consiglieri di legazione, 260 segretari di legazione. Temono che Salvini-Di Maio preparino tagli ai loro stipendi, agli assegni e alle indennità.Servitori eccellenti dello Stato non amano le barricate e i toni troppo forti, non sono privilegiati ma chiedono il giusto rispetto

 

 

 

“Ci sentiamo oggetto di un duplice attacco, ingrato e impudente: sia quello ai trattamenti pensionistici legittimamente conseguiti dopo una vita di lavoro e per i quali abbiamo sempre e regolarmente pagato tutti i relativi contributi previdenziali richiestici, sia quello alla nostra dignità di funzionari pubblici che hanno servito lo Stato, lo hanno rappresentato all’estero, hanno difeso gli interessi dell’Italia e dei suoi cittadini e compatrioti e che si trovano ora nell’avanzata stagione della loro vita in una situazione obiettivamente più debole per difendere i propri diritti”. Non è per nulla un linguaggio “diplomatico” quello che abbiamo appena citato. Eppure viene proprio dai diplomatici, per la precisione dall’Associazione dei diplomatici a riposo (Assdiplar), cioè in pensione. Ed è motivata, ovviamente, dai progetti del governo in tema di riforma pensionistica. Non solo. La presa di posizione dei diplomatici in pensione è ovviamente condivisa dai loro colleghi in servizio. Ed è, anche, un mettere le mani avanti rispetto al rischio che incombe proprio sui diplomatici in servizio i quali, data l’affannosa ricerca da parte dell’esecutivo di risorse per finanziare e realizzare le promesse elettorali (in primis: flat tax e reddito di cittadinanza) temono  di vedere tagliate le loro retribuzioni.

Ma andiamo con ordine. Chi sono, quanti sono e quanto guadagnano i diplomatici? Il loro numero è noto: poco più di 900, di cui 25 ambasciatori – i più alti in grado – e poi, citati in ordine decrescente di grado, 200 ministri plenipotenziari, una quarantina di consiglieri di ambasciata, 200 consiglieri di legazione, 260 segretari di legazione. Un piccolo mondo che, per poco meno della metà, lavora a Roma, nel palazzone in marmo bianco costruito, Mussolini regnante, per diventare la sede del partito fascista. Alla fine della guerra, però, il fascismo non c’era più. E così, dopo un girovagare in altre sedi, alla Farnesina ha trovato casa il ministero degli esteri. Che ha però più della metà dei suoi dipendenti all’estero, in tutti i Paesi del mondo.  “Lo Stato -.ricordano e sottolineato gli stessi diplomatici – ci ha selezionato attraverso un Concorso tra i più difficili, ci ha chiesto di andare a servirlo tanto nelle capitali più prestigiose quanto nelle aree più difficili del pianeta, e spesso in zone attraversate da conflitti, ci ha posto a carico la difesa e la promozione dei suoi interessi, ci ha confidato la tutela di comunità spesso più vaste di quelle di una città o di una regione italiana di medie dimensioni, ci ha affidato la diffusione della nostra  lingua e cultura  nel mondo, ci ha richiesto di assistere i nostri operatori economici e di tutelarne gli interessi;  ha in conclusione assegnato a noi la salvaguardia del “marchio Italia””.

Vero. Dei diplomatici italiani, del resto, nessuno contesta “la qualità”. I loro colleghi delle ambasciate straniere li considerano “molto bravi e fantasiosi”. E se poi talvolta non riescono a sostenere le tesi affidate loro dal governo, c’è sempre pronta – almeno all’estero – una spiegazione che taglia corto ad ogni critica: “Come si fa a rappresentare un governo che non soltanto oggi, ma da sempre, non si sa mai, chiaramente, cosa voglia? che non ha una linea politica chiara e precisa, ma è pieno di ambiguità?”.  La preparazione culturale dei diplomatici italiani è delle migliori, garantita da un concorso di accesso molto severo al punto che negli ultimi anni, più di una volta è stato addirittura annullato dagli stessi esaminatori quando si è visto che i candidati non erano all’altezza del livello minimo voluto. Vero che almeno un terzo dei diplomatici viene da una famiglia di diplomatici: “ma è così anche per le altre professioni, dai giornalisti ai meccanici” la replica.

Quel che non piace dei diplomatici, e non è la prima volta il problema emerge,  è il loro “costo”: infatti, guadagnano molto. Troppo, forse. E temono che, una volta ridotte le cosiddette “pensioni d’oro”, si vogliano ridimensionale le loro retribuzioni. A rischio, “sotto le spoglie di un’azione condotta all’insegna dell’equità e della legalità” – accusano i diplomatici pensionati –  di “fomentare divisioni e odio sociale non esitando a gettare indiscriminato discredito su intere categorie di lavoratori” che, come nel loro caso, vengono dipinti “come dei privilegiati e dei profittatori”.  “Il fatto che esponenti della maggioranza governativa di questo stesso Stato dipingano oggi noi –e tanti altri che come noi hanno dato nerbo alla Pubblica Amministrazione del Paese – alla stregua di parassiti che vivono di privilegi usurpati e non di pensioni acquisite in base alle leggi vigenti – ci ferisce profondamente, al tempo stesso in cui qualifica il carattere strumentale di questa presentazione” aggiungono. “L’attacco che maggiormente ci colpisce è quello alla nostra dignità”. Ed ancora: “Se ancora c’è un “giudice a Berlino” dirà della legittimità di questa misura o di qualunque altra simile sarà prescelta. Ma la distorta e mortificante valutazione su ruolo e dignità della diplomazia italiana, ed in genere della funzione pubblica va respinta con forza e marcherà comunque la nostra distanza da quanti si rendono responsabili di rappresentazioni delegittimanti ed ingiuste, che rischiano di minare le motivazioni di quanti, in futuro, vorranno servire lo Stato come abbiamo fatto noi.”

Colpisce, la violenza della reazione preventiva dei diplomatici in pensione al possibile taglio delle pensioni, perché la categoria non è di quelle che amano le barricate e le accuse troppo forti. La riflessione e l’analisi, il calcolo, sono sempre, sul piano professionale alla base delle loro affermazioni. Stavolta, invece, usano un linguaggio degno di un sindacalista “da barricata”. E sembra che parlino per conto anche dei diplomatici in servizio, i quali temono che, dopo gli eventuali tagli alle pensioni ne arrivino altri, per esempio alle indennità di sede. Già con il governo di Matteo Renzi, quando al ministero degli esteri c’era Federica Mogherini, è cominciata per i ministero una cura dimagrante di 108 milioni di euro in tre anni; un taglio essenzialmente alle spese per il personale, che si è tradotto in un sacrificio medio di circa 4.400 euro netti nella retribuzione mensile. Il tabellare di un ambasciatore è di 111.000 euro, quello

del ministro plenipotenziario di 95.000, del consigliere d’ambasciata di 75.000 euro per  quello dei consiglieri e segretari di legazione da 58.000 a 44.000 euro. Quando i diplomatici sono a Roma, lo stipendio dei si dimezza; e quando vanno all’estero entrano in gioco le varie indennità di sede e di rappresentanza, la cosiddetta retribuzione di posizione, che va dai 6700 euro fino a cric 20.000 per l’ambasciatore nella capitale più cara di tutte, Tokyo.

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