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Macron si piega e congela i rincari. Ma i gilet non mollano

Macron si piega e congela i rincari Ma i gilet: «Briciole, si va avanti»

 «I francesi non sono uccellini e non si accontentano delle briciole concesse dal governo, vogliono la baguette», dice Benjamin Cauchy, uno dei tanti portavoce più o meno improvvisati che in questi giorni parlano a nome di tutto il movimento. Altri gilet gialli rappresentativi dicono la stessa cosa e confermano l’appello a un quarto atto della rivolta, una nuova manifestazione sabato prossimo a Parigi e in tutta la Francia.

La marcia indietro annunciata ieri dal governo di Macron — moratoria nei rincari di carburante, elettricità e gas domestico — è di rilievo perché segna il primo cedimento nella volontà del presidente di smarcarsi dai predecessori, da lui più volte accusati in passato di non avere mai fatto le riforme necessarie al Paese perché spaventati dalla piazza. Ma è una marcia indietro che comunque non basta a placare la collera dei gilet gialli, sempre più radicalizzati.

La protesta è cominciata sabato 17 novembre quando quasi 300 mila persone hanno organizzato centinaia di posti di blocco sulle strade. Da allora il numero dei partecipanti si è più che dimezzato — sabato 1° dicembre erano «solo» 136 mila — ma i manifestanti hanno intensificato le violenze, soprattutto a Parigi. Secondo il bilancio ufficiale del ministero dell’Interno, nelle tre settimane di incidenti si registrano quattro morti, 818 feriti tra i manifestanti e 206 tra le forze dell’ordine, 1.603 fermi dei quali 1.387 trasformati in custodia nei commissariati (da 24 a 96 ore).

La distinzione tra manifestanti pacifici e teppisti, che pure in qualche episodio si è vista all’opera, è messa in discussione dal grande numero di atti di violenza e dal profilo delle decine di persone giudicate lunedì al tribunale di Parigi: 20 condannati senza condizionale (quindi andranno in carcere), 24 con la condizionale, 1 condannato ai lavori sociali, 30 proibizioni di tornare a Parigi nei prossimi giorni, 16 rinvii e 10 assoluzioni. Tra i condannati, la maggior parte non sono black bloc abituati alla violenza antagonista ma operai e impiegati venuti dalla provincia, alla loro prima protesta di piazza o quasi.

«Non faccio più la distinzione tra manifestanti e “casseur” (teppisti, ndr)», ha detto ieri davanti al Senato il ministro dell’Interno Christophe Castaner. Questa distinzione non vale più «quando avete la possibilità di manifestare in condizioni rispettose del diritto, e ciò nonostante prendete parte agli incidenti. In quel caso vi prendete la responsabilità di diventare una forza di interposizione», insomma complici dei più violenti. Per questo Castaner chiede ai «manifestanti ragionevoli» di dissociarsi e di non partecipare alla prossima manifestazione, sabato 8 dicembre, ma è probabile che non verrà ascoltato.

La riunione in programma ieri tra il premier Édouard Philippe e i portavoce dei gilet gialli è stata annullata perché questi pretendevano come precondizione al dialogo misure più importanti per aumentare il potere d’acquisto, e anche perché molti di loro hanno ricevuto minacce di morte da parte degli elementi più estremisti. Il clima di rivolta si estende anche ai liceali, che già mesi fa protestavano contro la riforma dell’insegnamento superiore e dell’accesso all’università: ieri 180 istituti sono rimasti bloccati e in qualche caso i ragazzi hanno provocato incendi.

La misura che potrebbe sgonfiare la protesta — e che Macron non ha nessuna intenzione di prendere — è il ripristino della ISF (Impôt de solidarité sur la fortune), la patrimoniale sugli alti redditi abolita dal presidente «per permettere alle imprese di avere denaro da reinvestire nei territori», ha ricordato ancora ieri il portavoce del governo Benjamin Griveaux. Per i gilet gialli l’abolizione della ISF è una sorta di peccato originale dell’era Macron, «il presidente dei ricchi».

Cinquant’anni dopo il 68 non mancano i paragoni ma Daniel Cohn-Bendit, protagonista di allora, si infuria e sottolinea le differenze tra i due movimenti: «Nel ‘68 qualcuno che avesse voluto dialogare non sarebbe mai stato minacciato di morte. Noi ci battevamo contro un generale al potere (De Gaulle, ndr), i gilet gialli chiedono di dare il potere a un generale (Pierre de Villiers, che si dimise un anno fa in polemica con Macron, ndr). Vedo oggi una tentazione autoritaria e totalitaria che mi fa paura».

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