| categoria: editoriale

Non c’è più il Censis di una volta.Ed è cambiato anche il Bel Paese

 

Sono tra coloro che in uno degli scaffali bassi della libreria ho in bella evidenza e in corretta sequenza temporale un numero infinito di grossi tomi verdi. Sono i rapporti Censis che nel corso degli anni ho visto presentare, ho recensito e commentato, ho anche frettolosamente sfogliato nelle parti essenziali. Ricordate quelle analisi ardite, immaginifiche, ricordate i famosi “cespugli”? . Tutto ormai appartiene a ricordi sbiaditi, ad un altro secolo, ad un’altra Italia, ad un altro Censis. A pelle sembra essere cambiato l’approccio alla realtà in movimento, sembra essersi alleggerita la profondità dell’analisi. Non si dà la linea, non si interpreta fino in fondo, non si giudica; ci si limita ad assecondare una impressione fondata su sondaggi, ad accompagnarla. In poche parole, non ci sono il guizzo, la zampata. Così va il mondo, del resto anche il soggetto analizzato è cambiato, si è ingrigito e appesantito. Ha fatto la crosta, andare sotto traccia è esercizio ardito. Dunque la fotografia che dell’Italia fa il Censis è quella che si vede sui giornali, è quella che raccontano i media, quegli stessi media che orientano molto più di prima e che soffiano in modo spesso indecente sul fuoco. La diagnosi impietosa della situazione sociale italiana che viene dal 52/o rapporto Censis è largamente condivisibile, anche se appare forzata in alcuni punti ed eccessivamente sofisticata. Parla di un sovranismo psichico, prima di quello politico, come risultato della cattiveria che gli italiani provano, per riscattarsi dalla delusione per la mancata ripresa economica, e che spesso rivolgono contro gli stranieri.  All’origine del sentimento, dicono i ricercatori del Centro studi di Piazza di Novella c’è il cosiddetto ascensore sociale: l’Italia è il paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che dicono di avere un reddito e una capacità di spesa migliori di quelle dei propri genitori: sono il 23% contro una media europea del 30% (i picchi sono in Danimarca a quota 43% e in Svezia al 41). A pensarlo sono soprattutto le persone con un reddito basso, convinte che nulla cambierà nel loro portafogli. La delusione si intreccia con la percezione di essere poco tutelati ‘a casa’: il 63,6% è convinto che nessuno difende i loro interessi e la loro identità e che devono pensarci da soli. “La non sopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili”, sottolinea il capitolo del Censis che fotografa la società italiana. Ma siamo proprio sicuri che questo sia il sentire prevalente degli italiani?

Nel mirino dei ‘cattivi sovranisti’ finiscono soprattutto gli stranieri: il 69,7% degli italiani non vorrebbe i rom come vicini di casa e il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani. La quota raggiunge il 57% tra le persone più povere. Da qui la conclusione del Censis: “sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili ma spessi”. I più bersagliati, inoltre, risultano gli extracomunitari: il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione dei Paesi non comunitari contro una media Ue al 52% e il 45% non tollera anche quelli comunitari (in Europa la media è al 29%). I più ostili sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Ma perché tanta ostilità? gli stranieri tolgono il lavoro agli italiani è la risposta del 58%, per il 63% sono un peso per il welfare mentre il 37% crede che il loro impatto sull’economia sia favorevole. Saltiamo le considerazioni sul rapporto con la politica e con i politici. E quello sulla percezione della questione rapporti con l’Europa. Troppo scontati- L’Italia sta andando “da un’economia dei sistema verso un ecosistema degli attori individuali, verso un appiattimento della società”, in cui “ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale”. “Ognuno – si legge nel rapporto – organizza la propria dimensione sociale fuori dagli schemi consolidati” e così “il sistema sociale, attraversato da tensioni, paure, rancore, guarda al sovrano autoritario e chiede stabilità” e “il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo” che “le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza sono tutte contenute nella non-sovranità nazionale”. Anche di questo viene da chiedersi: siamo proprio sicuri di questa interpretazione? L’Italia, a spanne, appare molto, molto più confusa di come la si vuole dipingere. Nelle conclusioni spesso il Rapporto Censis offriva delle vie d’uscita. Ci hanno tolto anche quelle

 

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