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PIETAS E CARITÀ, A FERRARA LA PITTURA DEGLI AFFETTI

Tra Cinque e Settecento l’arte sacra per i poveri e gli esclusi Ferrara non è solo Ariosto e Giorgio Bassani. C’ è una storia meno nota della città ma ugualmente importante che evoca tematiche attuali, come la solidarietà e l’ impegno verso gli emarginati. Per due secoli, dalla fine del Cinquecento al Settecento, la capitale del Ducato degli Estensi fu centro artistico tra i più vivaci in cui governanti e mecenati erano animati dall’ attenzione per gli esclusi. Molte opere d’arte sacra furono perciò commissionate per ornare altari, cappelle, istituti religiosi che mettevano al centro della loro ‘mission’ orfani, indigenti, bisognosi, mendicanti o donne in difficoltà. Le pagine di questo racconto si possono scorrere nell’ Ala Sud e nei Camerini del Principe del Castello Estense tra le 54 opere della mostra «Dipingere gli affetti», dal 26 gennaio al 26 dicembre. Tele e dipinti di pregio di proprietà del Centro Servizi alla Persona di Ferrara, rimasti per lungo tempo nei depositi e mai mostrati al pubblico vengono ora esposti per descrivere – spiega il curatore Giovanni Sassu – Ferrara come «città della carità». «È una collezione piccola ma significativa – dice lo storico dell’ arte – con cui si cerca di raccontare un’ altra storia, seguendo una piccola geografia della solidarietà». Nell’ era dei principi e dei duchi il potere sapeva che intervenire a favore dei poveri sotto la spinta dello spirito religioso aveva anche un risvolto pratico, allentava i contrasti sociali, contribuiva al benessere collettivo. In questa attività si distinsero le dame degli Este ed esponenti della nobiltà. Barbara d’ Austria, seconda moglie di Alfonso II, ultimo duca di Ferrara (dopo di lui, che morì nel 1598 senza figli, Ferrara tornò allo Stato della Chiesa), fondò nel 1572 il Conservatorio di Santa Barbara per le giovani orfane e le prostitute «in via di redenzione». Il duca sposò poi, Margherita Gonzaga, donna molto pia votata alla beneficienza, che istituì nel 1594 il conservatorio di Santa Margherita, assai caro alla città. Questi luoghi furono decorati da molti artisti: a Santa Barbara lasciò il segno Giuseppe Mazzuoli, il Bastarolo, «pittore straordinario»; a Santa Margherita Ippolito Scarsella, detto lo Scarsellino, e Carlo Bonomi. L’ esposizione – che rientra nel circuito di visita compreso nel biglietto di ingresso al Castello – descrive poi Gaspare Venturini, pittore molto attivo per i duchi e per committenti religiosi, e Giuseppe Caletti, figura curiosa ed enigmatica di ‘artista maledettò della prima metà del Seicento. La seconda metà del XVII secolo è caratterizzata dall’ universo figurativo di Giuseppe Avanzi, «pittore di mediazione che schiuderà il sipario al Settecento dove si imporranno le singolari personalità di Giacomo Parolini e Giuseppe Zola». «Sono orgoglioso del lavoro svolto per questa esposizione – dice Sassu -. Ben 34 opere sono state restaurate grazie al sostegno e alla collaborazione di enti, istituti e fondazioni. Si è seguito un percorso ‘all’ anticà come avveniva anni fa: le opere prima si studiano, poi si restaurano e infine si mostrano». Tra i «pezzi» di maggior pregio, la pala d’ altare di Santa Margherita dipinta da Scarsellino nel 1611: «È un’ opera che mostra già i dispositivi scenici della nascente cultura barocca – osserva Sassu – . Opere come questa annunciano che i tempi stanno cambiando, Dalla controriforma cupa si passa a un’arte più aperta e coinvolgente, con forme e movimenti di figure». Un’ altra tela particolare è la Decollazione di S. Giovanni Battista del Bastarolo. «È rimasta nascosta nei depositi per 30 anni e aveva problemi di conservazione seri. La procedura di restauro l’ ha fatta rinascere. Vogliamo rimetterla al centro della storia dell’ arte di Ferrara nel Cinquecento. È uno dei pochi capolavori del Manierismo emiliano, inteso non in senso negativo ma per l’ eleganza come elemento centrale dell’ opera»

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