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CONTE A BAGHDAD, DOPO VITTORIA SU IS SFIDA È RICOSTRUIRE

Uscito da poco più di un anno dalle sabbie mobili della guerra al sedicente Stato islamico (Is), l’Iraq in cui arriva in visita il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è oggi un Paese con ancora molti problemi, a partire da quelli economici, ma che ha compiuto passi avanti sul piano della sicurezza e della stabilità politica e che guarda con ottimismo alla ricostruzione, la principale sfida che lo attende a breve termine. A Baghdad Conte avrà un bilaterale con il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi. In seguito inconterà il presidente Barham Salih e successivamente il presidente del Consiglio dei Rappresentanti, Mohamed Al-Halbousi. A Erbil il presidente del Consiglio vedrà il primo ministro del governo regionale del Kurdistan, Nechirvan Barzani. Dopo mesi di impasse successivi alle contestate elezioni parlamentari del 12 maggio – le prime dopo la «vittoria» sull’Is annunciata nel dicembre 2017 dall’allora primo ministro Haider al-Abadi – a inizio ottobre è maturata una ‘svoltà politica con l’elezione a presidente del curdo Bahram Saleh. A stretto giro l’esponente dell’Unione patriottica del Kurdistan (Puk) ha incaricato il 76enne sciita Adel Abdul Mahdi di formare il nuovo governo. A metà settembre l’ex governatore della provincia di Anbar, il sunnita Mohammed al-Halbusi, era stato eletto presidente del Parlamento. Tuttavia il governo, a causa dei veti incrociati delle forze politiche, è ancora incompleto. A ottobre i deputati hanno dato la fiducia a 14 dei 22 ministri nominati dal premier ed il mese scorso sono stati approvati altri due ministri. Restano ancora da assegnare cinque dicasteri tra cui quelli chiave di Interno, Difesa e Giustizia.Sul piano della sicurezza l’Iraq molto faticosamente sta cercando di uscire da una spirale di violenza che l’ha reso tra i luoghi più instabili del Medio Oriente. La guerra tra le milizie sunnite e le truppe americane, il conflitto confessionale, l’ascesa di al-Qaeda prima e dell’Is poi, avevano trasformato il Paese in una polveriera. I progressi dell’ultimo periodo sono tangibili. Anche se restano sacche di resistenza in particolare nel nord, intorno a Mosul, e al confine con la Siria, l’insorgenza jihadista è stata quasi completamente neutralizzata. La serie incredibile di attentati che scuoteva a intervalli regolari Baghdad e le altre principali città, lanciando dietro di sé una lunga scia di sangue, sembra essersi placata. A dicembre nella capitale sono state parzialmente riaperte le strade della ‘Zona Verdè, l’area fortificata che ospita uffici governativi e ambasciate. E, alla luce dei risultati positivi nella lotta all’Is, anche la missione militare italiana a sicurezza della Diga di Mosul sarà chiusa entro marzo 2019. Passi avanti sono stati fatti anche nei rapporti tra il governo centrale ed il Kurdistan, uno dei punti più controversi della storia recente dell’Iraq. Dopo il referendum sull’indipendenza del 25 settembre 2017, convocato per capitalizzare il grande lavoro svolto dai peshmerga contro l’Is e riconosciuto a livello internazionale, Baghdad, che ha dichiarato «illegale» la consultazione, era praticamente arrivata allo scontro frontale con Erbil. Le forze regolari, con una prova di forza, occuparono militarmente le aree contese di Kirkuk, riprendendo il possesso dei giacimenti petroliferi. Per mesi il governo iracheno, come rappresaglia per il voto, tenne sotto scacco il Kurdistan, bloccando lo spazio aereo sulla regione. Ora la formazione del nuovo governo iracheno sembra aver dato impulso a un processo di disgelo nei rapporti. Anche la fase più acuta delle forti tensioni sociali fomentate dalla vittoria delle elezioni a sorpresa di Moqtada al-Sadr, che hanno innescato proteste contro la mancanza di servizi, la disoccupazione e la corruzione incendiando negli ultimi mesi il sud, e in particolare la città petrolifera di Bassora, appare alle spalle. Per rispondere a queste rivendicazioni che traevano linfa da un malessere economico di base, la sfida principale per il nuovo governo – evidenzia la Banca Mondiale – sarà ricostruire le infrastrutture, garantire i servizi e creare opportunità di lavoro per la popolazione. Un aiuto potrebbe arrivare dalla comunità internazionale. Alla conferenza che si è svolta lo scorso febbraio in Kuwait, i Paesi donatori hanno promesso, tra aiuti e investimenti, 30 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iraq. Ma la Banca Mondiale ha stimato le necessità per la ricostruzione post-Is a 88 miliardi di dollari. La crescita complessiva del Pil dovrebbe accelerare al 6,2% nel 2019, sostenuta da una maggiore produzione di petrolio. Negli anni successivi, tuttavia, la produzione di petrolio dovrebbe aumentare solo marginalmente a causa della mancanza di investimenti del settore privato, riducendo la crescita complessiva a una media del 2,5% fino al 2023. Sul quadro macroeconomico – sottolinea la Banca Mondiale – pesa l’incognità instabilità politica.

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